• Giu
    21
    2019

Album

Hyperjazz Records

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Una Taranta 2.0. Quella che potrebbero ballare i protagonisti del video che annunciava l’appena passata edizione del Primavera Sound, con ai piedi un paio di Air Max fiammanti piuttosto che nuove opinabili calzature a tema. Go Dugong firma il secondo episodio di Hyperjazz Records con un breve e conciso EP che è una fotografia urbana, intrisa di amore e contraddizioni della sua Taranto, passata al setaccio attraverso quattro luoghi simboli della vita personale ma anche della città – e infatti l’Ilva non poteva mancare.

Fonseca, che di ritmi locali ne capisce parecchio – la sua Balera Favela è ormai un must – mette da parte cumbia e palpiti afro e sud americani (anche se certa strumentazione torna anche qui) per riscoprire e rileggere a modo suo fascino e incanto della celebre tarantella, metafora di un certo pensiero popolare, arcaico e patriarcale: «tutt’ora molti credono che le tarantolate fossero realmente state morsicate da qualche animale velenoso, ma è documentato il contrario – spiega Fonseca in un’intervista – Nessuno degli animali presenti sul territorio provoca quel tipo di effetti (depressione, malinconia, catatonia e deliri); quella forma di “isteria” era probabilmente frutto della condizione socio-culturale in cui vivevano alcune donne del sud, una patologia non accettata da quel tipo società, estremamente maschilista e patriarcale. Il morso della tarantola era un capro espiatorio, usato per giustificare qualcosa che non si riusciva o non si voleva capire. Indipendentemente dalla causa di questi deliri, i riti e le terapie di tipo musicale-coreutico che portavano il soggetto in uno stato di trance parevano funzionare e riportare tutto alla normalità, alla “guarigione”».

È un ballo ancora più oscuro e convulso quello che alza la polvere dal terreno (Salinella il punto più alto), che non vive in rievocazioni patronali spinto da frenetici battiti di mani, ma pulsa nelle impasse del ghetto dai coni di un soundsystem, mettendo sul piatto un’idea di trance che per estro e affinità non sfigurerebbe certo in un catalogo Hyperdub o Planet Mu. Poi è chiaro, potete chiamarla bass music o con qualsiasi altro tag più vicino possibile, ma questa è un’esperienza italica fino al midollo.

22 Giugno 2019
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