Recensioni

7.3

Avranno vent’anni o giù di lì, ma sono chiaramente retromani. Zero sintetiche, iper-analogiche, tutte blues, rock’n roll e country malatissimo. Un debutto fulminante, quello di questa freschissima formazione dal sud di Londra, che ci regala, attraverso 19 brani che sono schegge cattivissime, 40 minuti di deserto metropolitano, fumo denso e scenari lisergici. La distorsione è la regola, l’indolenza della voce è la scintilla. Melodie scellerate e trascinate (Creep, Viper Fish), velocità sapientemente dosata con la lentezza (The Man with no Heart, The Man), brevità, incisività. Si trova persino il tempo e lo spazio per intermezzi sperimentali, dove l’utilizzo di uno strumentario alternativo di suoni (RED, YELLOW, GREEN, PURPLE, PINK), più riverberato, meno sboccato e lascivo, non è mero esercizio di stile né divagazione fine a sé stessa, ma pura e semplice testimonianza di straordinaria versatilità.

Si guarda più indietro che in avanti, con una invidiabile padronanza (considerata anche la giovane età), come quando si ascolta l’intro di Lay Down e sembra quasi di entrare in una ballata vagamente psichedelica di metà anni ’60. E poi le immancabili filastrocche riot (I don’t care Part I, I don’t care Part II) solo apparentemente innocue, intrinsecamente traboccanti. E anche se ogni tanto si strizza l’occhio al pubblico (come nel riff acido di Little Liar), lo si fa con immancabile stile. Gli episodi più riusciti restano comunque le già citate Creep, delicata in modo crudele (colpa dei violini e dei sussurri), Viper Fish col suo ritornello assassino e la sporchissima Burn the Stake, dove ci si rende partecipi, nostro malgrado, di una qualche forma di bellissima disperazione. Nel descrivere il concept di questo loro debutto, le Nostre hanno rivelato che, a dispetto dell’attitudine intimista di certi brani, l’ispirazione è tutt’altro che votata al ripiegamento interiore, ma mira alla testimonianza e alla condivisione: «In poche parole, è un album che nasce dall’essere cresciute a Londra e dall’aver fatto esperienza diretta della involuzione della nostra città. Volevamo pensarlo come un luogo che non si vede necessariamente solo attraverso i nostri occhi, ma attraverso lo sguardo di chiunque non riesca ad affrontarne le anomalie. Pensiamo che questo dia libertà alla musica di esplorare verità ed emozioni inespresse che ci accomunano come esseri umani».

Di loro, il Guardian ha detto più o meno che «sono pronte a rivoltare e strappare le budella alla musica indie». Io direi che sono pronte a fargli il culo. Potete scommetterci: queste quattro londinesi (Clottie Cream, Rosy Bones, Naima Jelly e L.E.D.), con il loro immaginario malfamato e affascinante, ci resteranno addosso più di una stagione.

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