Recensioni

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Lo immaginiamo come un pegno dovuto ma non richiesto alla Rocket, label che li ha lanciati facendone da subito un nome imprescindibile per chi si occupa di contaminazioni underground. Di sicuro c’è che quella live è la dimensione ideale per inquadrare al meglio questa congrega di scandinavi abili a giocare con nascondismo – sono più di voci di corridoio quelle che vorrebbero una sorta di all-star band dietro le maschere multicolori dei Goat – ed esoterismo – i vari rimandi alle origini mitiche della band e del fantomatico luogo di origine – ma capaci di fare il botto con un disco d’esordio diretto e multiforme, così come di muovere intere platee al ritmo di un melting pot forsennato e invasato.

Ecco spiegato quell’apparente paradosso che li vede pronti al live album nemmeno un anno dopo la pubblicazione dell’unico full length. Paradosso che svanisce appena partono le note di questo sabba in 12 tracce che replica la dimensione ideale del progetto ma che, senza il supporto anche scenico e coreografico – oltre che di mero “trasporto” del live (chiedete a chi li ha visti dal vivo se è riuscito a sottrarsi al groove) – perde molto del suo potenziale. La freakedelia afro-psych della formazione si regge tutta su un impianto materico, fisico, su un impatto ad alto voltaggio quasi erotico o comunque carnale; abbisogna degli umori per accendere il sabba; necessita dell’energia in circolo per potersi liberare dalla mera esecuzione. Fattori che, nonostante la trascinante bravura dei singoli e la riuscita amalgama della formazione – dopotutto, World Music era stato uno dei dischi dell’anno anche qui da noi –, non fanno mai scattare la scintilla in questo Live Ballroom Ritual. La scaletta incentrata sull’esordio – si contano giusto il singolo Stonegoat/Dreambuilder e l’inedita The Sun The Moon – penalizza poi l’effetto sorpresa, riducendo l’album a un mero esercizio di stile. Sembra paradossale per una formazione del genere, ma purtroppo è così.

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