Recensioni

Definire il ritorno sulle scene dei Godspeed You Black Emperor  l'ennesima reunion, come quelle che quasi ogni mese vedono ripresentarsi glorie della scena internazionale, è fare un torto palese alla vera natura dell’ensemble canadese. Perché in questo caso non ci sono in ballo motivi di cassa, e se anche fosse, passerebbero in secondo piano. Ciò che conta è – in un milanese Live Club colmo all'inverosimile – l’onda della Storia, che scavalca i generi e il tempo trascorso nel frattempo. E’ la storicizzazione di un non genere, il famigerato post-rock, su cui spesso oggi spalano fango gli stessi che lo esaltarono, e senza afferrarne il valore odierno. Che, nel caso specifico, è quello di un mitologico ieri ancora così fresco da adattarsi al presente e travolgerlo. E’ un epica senza ampollosità, ridotta a un robusto scheletro di forza narrativa ed evocativa, magnifica e prepotente in un tempo, il nostro, che dall'epica è stato abbandonato. Qualcosa di fondamentale e definitivo. Per tutti.

Così che questi GY!BE li puoi raccontare anche partendo dai numeri, se non altro perché rappresentano al meglio l'indole di una formazione che ha inventato, diffuso e temporaneamente pensionato “quel” tipo di oltre-rock. Otto sul palco (al solito ottima l’intesa strumentale, soprattutto tra le due batterie e tra basso e contrabbasso). Quattro i proiettori, rigorosamente analogici e gestiti da un proiezionista, che dipingono fondali perfetti per come aggiungono suggestioni a suggestioni. Oltre due ore di set, per un totale di nove brani eseguiti praticamente senza soluzione di continuità e sempre con la medesima, elevatissima concentrazione.


Senza concedere parole al di là del cantato, affidando all’ascoltare il compito di tirare le fila e, con questo, investendolo di un paritario rispetto sconosciuto ai genitori prog: anch’esso riconducibile al rigore e alla coerenza con cui la formazione costruisce e silascia trasportare dalla loro musica. Viene in mente la definizione di “composizione istantanea” dei Can, pur con i diversi parametri stilistici che, modernamente, tutto mescolano e tritano in un personale, stordente miscuglio.

Un impatto wagneriano che assembla schegge King Crimson e tappeti di drones, folk del mondo e implacabili cadenze alla Faust. Senza aver perso un grammo della propria potenza e avendone semmai guadagnata, consegnandosi a una classicità non polverosa bensì viva. E che colpisce per l'idea di musica e di musicista che è in grado di trasmettere: la musica come di un qualcosa che salverà il mondo; il musicista come figura tra artigiano e mago. Nel momento in cui artigianato e magia stanno scomparendo, pazienza e passione insieme a loro. Già a gennaio, lo scommettiamo, uno dei migliori concerti del 2011.

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