• set
    28
    2018

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In The Red Records

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Nel complesso gergo tecnico legato al gioco del baseball, il pre-strike sweep altro non è che il movimento rotatorio che il giocatore fa con la mazza prima di colpire la pallina in corsa (lo strike, appunto). La complessità dell’enciclopedia gergale e i lunghi tempi di gioco fanno sì che il baseball sia una disciplina più o meno considerevole e meritoria non oltre i confini americani, motivo per cui nel resto del mondo il suddetto sport non acquisisce consensi. Tuttavia, la proverbiale “mazzata” è l’atto ultimo, liberatorio e il più spettacolare senz’altro, delle varie fasi di cui si compone il nobile gioco del baseball: è un po’ come quando vivi la quotidianità come un eterno percorso a livelli, e ne dispieghi le varie fasi come i lembi di una tovaglia divisa in quattro. Vorresti giungere al fine ultimo, allo strike, ma evidentemente non ci riesci; devi sfogare la tensione.

Così, scrivendo e riflettendo sulla figura di Ty Segall, e rendendomi conto di quanto tempo sia passato dalle sue prime sortite (circa dieci anni – neanche troppi, se paragonati ad altre carriere), capisco che anche il buon Ty non può sempre assecondare la sua brama di bolanismo compulsivo, che non potrà soltanto cimentarsi in piccole operette pop lo-fi da cantina, chitarra e voci (Joy, secondo album collaborativo con White Fence, uscito lo scorso luglio), ma che a tratti ha bisogno di scaricare un colpo, un fragoroso strike. E non che non lo faccia già nei suoi album o nei numerosi live che lambiscono varie parti del globo, ma Segall pare aver trovato il suo dopolavoro antistress in una delle sue ultime creature, tra le centinaia che la sua testolona bionda e le sue paffute mani hanno prodotto negli anni; c’è da ammettere però che i GØGGS siano più il frutto del sodale Chris Shaw (Ex-Cult), qui voce e chitarra, entrambe sguaiate e irose.

Tre anni fa Shaw scrisse sul proprio profilo Tumblr: «CAPITOLO UNO: GØGGS è nato. Ty e io abbiamo deciso di dare vita a questa band da quando gli Ex-Cult aprirono un suo concerto durante lo Slaughterhouse tour nel 2013. Un paio di anni dopo il progetto ha preso vita e l’unica cosa sensata da fare era tirare in ballo il maestro Charles Moothart. Noi tre siamo amici da anni…»Non è un caso, infatti, che il primo embrione del progetto prendesse forma durante il tour a supporto di uno degli album più devastanti e caotici (se non IL più devastante e caotico) del lungo catalogo segalliano, firmato con affetto Ty Segall Band. Un sound che ha molto a che spartire con quello degli Ex-Cult, come detto, e che prende spunto da varie istanze del punk americano di fine anni Settanta-inizi Ottanta, dai Dead Boys/Rocket from the Tombs ai Christian Death, fino ai Wipers e giù di lì; è la metamorfosi licantropica del buon Ty in macchina macina-riff, che già mise le mani su un esordio omonimo di un paio d’anni fa per In the Red molto intenso e molto stringato (la classica mezz’ora scarsa del punk d’antan).

Un altro album è in arrivo, come avrete intuito, e questo Pre Strike Sweep ha decisi punti di contatto con il predecessore: pochi fronzoli e poche pretese, molto, molto rumore. Un nuovo bassista, Michael Anderson, sostituisce Steven McDonald (recentemente impegnato con i Melvins), Moothart è il jolly, mentre Segall siede dietro il mix, e chiude l’album in quattro e quattr’otto. Il sound è molto crudo e scarno, è un’ideale prosecuzione di ciò che Segall produceva nella primissima parte della sua carriera, e suona un po’ come se il Nostro non si fosse mai distaccato dal santino di Jay Reatard. Il campionario di titoli scelti è roba da cabaret: tra Morning Reapers e Funeral Relief, qui c’è gran puzza di spazzatura e di strade dismesse, periferiche e buie, della Detroit anni Settanta. No rest for the wicked.

28 Settembre 2018
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