Recensioni

Fin dalla sua prima traccia nel 2009, quella Quitters Raga che Pitchfork apprezzò e innalzò a Best New Track quell’anno, Gold Panda ha dimostrato, in egual misura, passione per la musica e per il viaggio. Il brano, cortissimo, univa ritmi continuum post-Dilla a un tipico trattamento chopped-up delle voci (diffuso a tappeto in quei mesi, peraltro), e la traccia originale – un gioioso raga indiano – veniva così triturata, anche brutalmente, senza che colori e freschezza venissero meno. Il carattere agreste e nomade a tutto tondo della produzione del producer dell’Essex si è poi osservato in Before (2009) e in un esordio tutt’altro che trascurabile, Lucky Shiner, contenente, oltre alle lallazioni del frammento sonoro, sia ampi legami con la folktronica “idmmata” lato Four Tet (intimismo, sample caserecci, ecc.) sia un portato di HH beat che dagli allora esordienti Mount Kimbie (in comune anche certi trattamenti della seicorde) portava ai 4/4 del dancefloor.
In tutta la costellazione di gusto e influenze, una matrice di forte continuità è sicuramente stata l’impronta di Kieran Habden ma l’intingolo, generalmente ovattato, lussuoso nel sampling (vedi alla voce Luke Vibert) ma dai looping e skipping a contrasto rapidi e trance induttivi, ci porta anche dalle parti dei The Field, altra modalità bazzicata ed evidente in Companion (Ghostly International), una compila dei primi tre eppì dell’uomo, ovvero la citata Before, Miyamae e, appunto, quella Quitter’s Raga contenente la famosa traccia omonima.
Per Derwin finora la strada è stata tutta in crescendo – live la gente lo adora e anche in Italia ha già un piccolo seguito – ed è un piacere sentirne un’ulteriore conferma in questo secondo album che, aggiungendo maggior dettaglio e circostanziando l’elemento etnico (angolati pertanto già a partire da un ottimo singolo come Mountain/Financial District del 2012), regala una solidissima tracklist ben anticipata dal singolo Brazil (ideato a Sao Paolo), ideale apertura a un album caratterizzato anche da certa pulizia deutch nei beat e da un’inedita consapevolezza “in divenire” del sound (peraltro da Derwin stesso ammessa).
Pur prendendo casa a Berlino, le nuove tracce sono state assemblate durante numerosi viaggi e, sempre a detta di Panda, sono caratterizzate da un mood urbano che, in alcuni episodi, ha assorbito le preoccupazioni riguardo allo stato di salute psicologica ed economica degli abitanti di alcune città visitate. Niente vocine nel tritacarne per lui in questo episodio, dunque, ma nulla che non possa sposarsi con certa balearica house (o percussivismo brasilero) già trattato nel recente, e anch’esso più che valido, Trust EP.
Half Of Where You Live è una stanza di specchi che luccicano in un prisma di quartomondismi di husselliana memoria: i vibrafoni e la gestione delicata delle viste à la Four Tet di An English House, i calibrati ambienti noisey tech alla Deepchord e il refrain in ricordo rave di Junk City II (dedicato alla filmografia del regista Takashi Miike), il gamelan e la minimalismo à la Caribou (ma indietro anche Tortoise) di My Father In Hong Kong 1961, i trapani ritmici soft tardo Nineties alla Aphex Twin (The Most Livable City) formano un ammaliante diario di viaggio dal linguaggio sonico riconoscibile nelle fonti ma pienamente autosufficiente nel piegare forme e lemmi verso una personale poetica, che, come si diceva, è gentile nei modi ma pungente nei loop e nei contrappunti ritmici (un esempio chiave: Community, ispirata dalle differenze culturali nella popolazione londinese).
L’atmosfera di viaggio estiva e colorata, per molti versi, ci riporta alla folktronica di inizio duemila, agli amati campanellini dei noughties, alle sue modalità casalinghe, fragilità e squarci vivi sulla materia emozionale. Ma c’è anche una consapevolezza elettronica odierna fatta di minimalismi di rimbalzo da techno, drone music e compagine hauntologica (We Work Nights), tutto giostrato con mano ferma e senso del groove. Per dirla con Derwin “you just you find your groove and settle into a sound and realize you only really need to please yourself”. Full streaming su NPR.
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