• Mar
    01
    2010

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Parlophone

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Penso a quello spot che gira molto in questi giorni. Ragazzi neanche trentenni appollaiati su un cartellone pubblicitario. A non fare un cazzo e canticchiare una canzoncina di enorme successo. Trattasi di Clint Eastwood, il primo grande successo dei Gorillaz. Situazione perfetta. Emblematica. Grandi investimenti, disinvoltura prossima all’indolenza, l’atteggiamento scafato di chi non ha bisogno di entusiasmarsi troppo, ché ci pensa l’organizzazione a mettere in piedi i giusti canali. E poi, in ogni caso, sbattersi non fa troppa differenza.

I Gorillaz nenache esistono davvero. Sono cartoon. E giocano. Come anche – e soprattutto – in quest’ultimo disco: tra hip-hop e soul sonnolento, slackerismi nineties e pop-psych da supermercato, elettro-funk e tentazioni house, guarnizioni kitsch anni ottanta e certi curiosi rimandi alle traiettorie cosmic-disco dei seventies. E’ un gioco da professionisti. Non si bada a spese. Nel singolo Stylo ci sono Mos Def ed il vecchio, glorioso Bobby Womack. Nel pasticciaccio laser-disco-punk di Glitter Freeze c’è Mark E Smith. Nell’esotismo posticcio della title track ci sono quei mattacchioni di Mick Jones e Paul Simonon. In Some Kind of Nature chiamano addirittura Lou Reed a fare il robottino di plastica in una ballatina tanto arguta quanto insulsa. E non vi ho detto dei De La Soul, degli svedesi Little Dragon, di Gruff Rhys già Super Furry Animals.

Più che un disco è una SPA. Una multinazionale post-moderna del suono pop. Prima di sfornare un prodotto fa ricerche di mercato. Nel caso specifico, meno Londra e più America. Comunque è tutto un sintetizzare gusti tirando righe traverse per poi cantarci sopra, con quei modi da upperclass afroamericana supercool che non deve urlare perché basta metterla giù svaccati sul divano. Ed è una tracklist che si commenta in modalità Sanremo. Tutta roba già fatta anni prima e riproposta come se fosse l’ultima edizione di. I Gorillaz sono gli U2 per la massa generazionale successiva che su Mtv il rock non glielo hanno passato più. C’è fascino comunque e sempre nel Damon maliconico eterno ragazzo fuori dai giochi. Nei suoi occhi: il ragazzo Novanta che nei Duemila ha capito tutto e si sente mica tanto bene.

4 Marzo 2010
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