Recensioni

Da una popstar del crossover e icona di stile degli ’80 quale è stata, non ci si sarebbe di certo aspettato un ritorno in pompa magna dopo ormai quasi vent’anni. Grace Jones la si dava ampiamente per dispersa, altroché.
Dai gloriosi primi tempi alla Island con i godfathers of rhythm,Sly & Robbie, alla deriva mainstream in anni successivi, la chanteuse giamaicana ha cavalcato e anticipato più di un’onda sonora, dalla new wave al reggae rock, dal dub al funk alla disco. A sorpresa, Nostra Signora del trasformismo lo scorso giugno presenta a Londra un’anteprima live del nuovo album, rivelando la partecipazione non solo dei vecchi sodali Dunbar & Shakespeare ma perfino dell’onnipresente Brian Eno.
La Jones si fa confezionare quindi all’uopo un dischetto stracolmo di ospiti, con il valore aggiunto della sua sempre strabordante personalità artistica. Ecco allora Hurricane farcito dell’onnipresente reggae, aggiornato all’oggi tra echi di trip hop – una sorta di ego-trip dark alla Tricky, Massive Attack e Skunk Anansie insieme (Corporate Cannibal), dub apocalittico (l’incipit presentazione di This Is), soul sintetico (le radici di gospel cristiano in William Blood, omaggio alla sua famiglia con un’Amazing Grace cantata in background dalla mamma e ancora in I’m crying), industrial.
Insomma un disco cucito su di lei da Ivor Guest, in un tentativo piuttosto riuscito di trasportare mutatis mutandis il suo piglio onnivoro mutuato sul ritmo in territori odierni. Quello che in effetti ha fatto Eno negli ultimi anni, compreso Everything That Happens… con David Byrne.
Un album che suona quindi benissimo, come ci si aspetterebbe da cotanta produzione e ospiti (la partecipazione del drumming di Tony Allen tra gli altri), reso caldo e umanizzato dallo stile vocale a tutto tondo della Jones che lo riveste della corporeità e delle sue liriche evocative.
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