Recensioni

È davvero difficile parlare male di Mastro Grant-Lee. Sin dai gloriosi tempi dei Grant Lee Buffalo (chi ha l’età giusta ricorderà sicuramente almeno Fuzzy, loro capolavoro del 1993, e Mighty Joe Moon, loro picco peoetico dell’anno dopo), e ancora prima con i dimenticati ma validissimi Shiva Burlesque, Bryan G. Phillips, classe 1963, nato in quel di Stockton, California, ha sempre dato prova di saper realizzare una fusione pressoché perfetta di stilemi folk-rock dylaniani/dilaniati, appigli elettrici very powerpop, sensibilità politica à la Woody Guthrie, sonorità grass-root adattate ai tempi e una grande vena melodica che lo rende, oggi come ieri, il fichissimo songwriter che è.
Capiamoci: Widdershins non è un disco rivoluzionario, e non vuole nemmeno esserlo. Invece ambisce ad essere quanto segue: un classico. Piccole melodie dolci e ammalianti. Spunti armonici pacati ma sempre efficaci. Una vena lirica invidiabile. Prendiamo ad esempio una delle top notch song del disco: King Of Catastrophes. Subito l’atmosfera chitarristica rarefatta e un cantato quasi elviscostelliano ci trasportano sotto il velo di una notte lunare argentea, dove i sospiri e i sussurri dell’anima si trasformano quasi per magia in un canto lirico carico di arcane nostalgie. Già, la musica di Grant-Lee è così, riesce a trasportarti in un altrove elegiaco che è al contempo noto ma pur sempre emozionante.
Attenzione, però, perché il trucchetto può sembrare semplice, ma non lo è affatto. Riuscire trasferire dentro pezzi quali la tompettiana Walk In Circles, o nella dura Scared Stiff – per non parlare poi delle trasognate History Has Their Number e Something’s Gotta Give – un certo quid poetico che non faccia affogare nell’anonimato i tuoi pezzi, nati per chitarra e voce, è un’impresa che riesce raramente ai cantautori di lungo corso, persino ai più talentuosi. Grant-Lee Phillips è uno di quei chosen few. Tenetelo bene a mente, boys.
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