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C’è un disco dei Dead a cui torno spesso, ci giro intorno come una falena alla lampada (mortuaria, va da sé). E’ il loro secondo live ufficiale, a dire il vero un collage estrapolato da almeno tre esibizioni, lavoro omonimo ma universalmente noto come Skull & Roses per via della famosa mortesecca coronata di rose in copertina (ad occhio e croce uno dei soggetti più gettonati da generazioni di tattooists). Era un ottimo momento per la band, benché l’assenza di Mickey Hart relegasse al solo Bill Kreutzman l’onore e l’onere dei tamburi. Inconveniente quanto mai opportuno, vista la natura della tracklist cui quest’occasionale leggerezza ritmica – tutta singulti e scoppiettii – si attaglia benissimo. Skull & Roses non è un disco che spezza il continuum della Storia e spazza la scena come invero fa – e per certi versi continua a fare – l’oscuro prodigio Live Dead. Il suo aspetto è più accattivante, invasato di ridanciano furore. Minaccioso sì, ma come può esserlo un fratello maggiore.

Che accadde? Smessi i panni cosmici – le fughe esoteriche, il delirio liquido, le prospettive inaudite – ecco il mistero lisergico riapparire in veste di saltimbanco bluegrass, ballerino RnB, hobo country più polvere che strada. Sono i Grateful in testacoda durante l’inversione a rotta di collo dalla psichedelia al country rock, dalla visione alla rivisitazione. Insomma, niente che non fosse già nell’aria, e che antenne ben sintonizzate non avessero da tempo avvertito. Dai Byrds (via Gram Parsons) a Dylan a The Band, la pop music americana tornava a rosicchiare le proprie stesse radici, meditava folk e predicava gospel, rievocava il blues e indulgeva sugli slittamenti del jazz. Impastava vaudeville e Storia, bluegrass e Storia, rhythm and blues e Storia, rock’n’roll e Storia. Intanto guardava in avanti come non aveva mai fatto, perché stavolta lo sguardo era reale e non una pratica d’Utopia. In questo scenario, i Grateful Dead battono due colpi indimenticabili sul tavolo: Workingman’s Dead e American Beauty, ovvero gli unici due album non-live a fronte dei quali vacilla la vulgata che li vorrebbe musicisti egregi sul palco e mediocri in sala d’incisione.

Uno stravolgimento stilistico che Skull & Roses testimonia in presa diretta, fotografando – per così dire – il passaggio del fronte. Troviamo così gomito a gomito cover irresistibilmente scazzate (Johnny B. Goode, Mama Tried, Big Boss Man) e lo scazzo rilassato dei pezzi originali (il tessuto saltellante di Bertha, il delizioso intrigo errebì di Playing In The Band). Troviamo una Me And Bobby McGee che piange Janis Joplin con acidula allegria, troviamo una The Other One che rivaleggia per durata con Dark Star (diciotto minuti), proponendosi quale suo impalpabile e nebuloso alter ego. Tutto appare più nitido, scolpito da una luce più chiara, da una evidenza terrena. Anche se tra ombra e penombra puoi scorgere quella stessa propensione a lasciarsi inghiottire dal flusso, a svanire imprimendo scie sulla pellicola – tempo di esposizione lungo – come auto di notte.

Credo fermamente al modo in cui i dischi – certi dischi – scelgono di concludersi. A come finiscano tirando le somme, convogliando le emozioni nel collo di bottiglia. In questo caso occorre fare i conti prima con il sottofinale di Wharf Rat a firma Garcia/Hunter, in assoluto uno dei pezzi che preferisco dell’intera produzione Dead, quell’incedere opalino tra folk cantilenante, blues paranoico e paturnie jazz, quel senso di preghiera senza possibilità di risposta. Quindi la chiusura vera e propria, medley festaiolo tra una Not Fade Away che cuce la scelleratezza degli Stones in un gospel elettrochimico (ogni shout del chorus è la formula magica che innesca assoli aeriformi) ed il traditional Goin’ Down The Road Feeling Bad che lastrica di paradiso le perdizioni terrene. Insieme fanno lo sbuffare arcaico e scattante di un treno che avanza deragliando: di nuovo la frontiera da spostare/oltrepassare, di nuovo quel sogno che non è mai stato così antico. Così vivo.

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