• Nov
    09
    2012

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Reprise

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Non staremo qui a parlarvi degli attuali tormenti di Billy Joe, quarantenne ragazzaccio in rehab reduce da bravate come quello sfogo anti-Bieber all’iHeart Radio Music Festival (dai, ché su Facebook l’avete cliccato e pure condiviso). E nemmeno a ribadirvi chi, anzi che cosa siano i Green Day oggi come ieri (macchina da soldi per teenager lo erano già ai tempi di Dookie e di Woodstock ‘94, le indignazioni dei puristi “punk” lasciano il tempo che trovano).

Essì, neanche l’arte della preterizione ci salva da questo ¡Dos!, seconda installazione dell’annunciata trilogia aperta dall’invero innocuo (e a tratti fastidioso) ¡Uno! e chiusa ovviamente dal venturo ¡Tré! (indovinate chi ci sarà in copertina?). Freddure a parte – chi conosce i nomi della band l’avrà capita, nemmeno a spiegarla -, la scelta di tre album sparati a breve distanza riflette una – per loro – audace diversificazione stilistica: il disco precedente era dedicato alle canzoncine punk pop, il prossimo sarà dedicato alle canzoncione in stile rock opera (alla American Idiot, per capirci), mentre questo vede i tre californiarni alle prese con le – si fa per dire – canzonacce  garage.

Operazione per certi versi gustosa, anzitutto perché richiama palesemente il loro side-project Foxboro Hot Tubs (ne hanno pure semiriciclato una canzone, Mother Mary, per il singolo Stray Heart, peraltro parente melodica di Everybody’s Happy Nowadays dei Buzzcocks) e poi perché certe dinamiche riescono ai nostri meglio della solita roba. La voce di BJ è ovviamente sempre – sin troppo –  riconoscibile per indurci nell’illusione che non si tratti dei Green Day, però cose come il bridge di Fuck Time e Wild One – puro Weezer – hanno il loro bel sapore bubblegum (appena sporcato di ruggine e di testi inevitabilmente adolescenziali), laddove l’evidente strizzata d’occhio agli Strokes di Lazy Bones fa quasi tenerezza; e se la scontatissima dedica a Amy Winehouse (Amy, appunto) nasconde una melodia che più beatlesiana non si può, Nightlife è l’inevitabile concessione poppettara (scivolone pari alla ruffianissima Kill The DJ del disco prima), con l’ospitata della rapper Lady Cobra. Uno, due, massimo tré ascolti: impossibile chiedere di più a un disco così. Non è poco, eh.

12 Novembre 2012
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