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6.4

Doveva uscire a gennaio l’ultimo capito della trilogia di album in stile Kiss e Melvins con le copertine dedicate ognuna a un componente della band e invece i Green Day, in seguito alla cancellazione del tour, preferiscono farsi regalare per Natale anticipandone la pubblicazione. Dopo ¡DOS! pubblicato lo scorso 13 novembre con Mike Dirnt e ¡UNO! uscito il 25 settembre con la testa di Billie, l’11 dicembre arriva nei negozi anche il faccione del batterista Tré, con un album annunciato e pronosticato come un ritorno alla rock opera sulla scia di American Idiot.

Registrato presso gli studi della città natale Oakland con l’aiuto di Rob Cavallo, il conclusivo episodio della saga sceglie però un’altra strada per rimediare all’autoreferenzialità pop-punk di ¡UNO!, e all’innocua linea garagista di ¡DOS!. Più bonariamente, i tre tentano il confronto con l’ondata 50s e 60s che ha caratterizzato questi mesi di riscoperta jingle jangle, tagli di capelli alla Clash e revival early Nineties (Dando e Hatfield, Sugar, House Of Love, e, chissà, pure The Shins). Troviamo così una scaletta in perenne sponda ballad (Brutal Love, Drama Queen, The Forgotten), con un mazzetto di radiofonico indie-rock dal retrogusto vintagista che se potesse scrivere sms sarebbe pieno di emoticon e cartoline dal New Jersey. Sono i Green Day del resto, e questa volta fanno pop-rock all’ingrosso dal camouflage “artigianale” e da gustare, come sempre, senza troppe pretese. Di album così, qualsiasi pub band cresciuta a pane e Bon Jovi sulla terra ne potrebbe sfornare almeno uno al giorno. I tre ex boys lo fanno mettendoci il marchio di fabbrica e suonando con la proverbiale freschezza e lo scafato appeal.

Scopiazzando (echi di Flaming Lips, sempre primi 90s via soliti Beatles, in Drama Queen, il Bon Jovi nazionale richiamato in Walk Away e 99 Revolutions), citando e autocidandosi (X-Kid) e senza la smania dello smash hit a tutti i costi, a fine scaletta s’arriva senza troppi intoppi e riempitivi (il cow-punk di A little Boy Named Train). Con il taglio classic si atterra sul morbido e il disco è interamente roba da fan. E a loro piacerà sicuramente.

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