• Set
    21
    2012

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Reprise

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Dal punk al pop punk, al pop. Una montagna russa che precipita nel vuoto. Il silenzio che precede l’impatto. Uno!, che nelle intenzioni dei Green Day anzi, di Billie Joe Amstrong & The Greendays (perché ormai è chiaro che sia l’espressione di una one man band coadiuvata da due amici d’infanzia) rappresenta l’opera definitiva della band californiana in un trittico già annunciato che dal musical di American Idiot passa alla trilogia musical teatrale (con tante scuse al teatro!) – è l’ennesima dimostrazione di come la band non abbia veramente più nulla da dire.

Tre anni dopo 21th Century Breakdown, prova già di per sé fallimentare, Billie Joe richiama alla produzione Rob Cavallo, una volta mainman di Jawbreaker e Butthole Surfers, oggi chairman della Warner Bros: un dato significativo che dimostra il potere assoluto del pensiero commerciale che ormai avvolge i tre ragazzi di Frisco Bay, una volta idoli degli squatters, oggi allineati al sistema anzi, sistema loro stessi. Una parabola sinceramente sconcertante perché, se è vero che ogni artista è libero di esprimersi come meglio ritiene, è altrettanto vero che il diritto di critica permette, a volte impone, di essere franchi e spietati. Dai gloriosi tempi della Lookout! Records agli ultimi disastri musicali, paccottiglia di seconda mano spacciata per evoluzione stilistica e addirittura per musical-punk (non ne facciamo una questione di snobismo culturale, quanto di serietà e coerenza): dai palchi sgangherati dei centri sociali, pre Dookie, a tronfie impalcature e scenografie stellari, per coprire le palesi lacune artistiche.

Le punk c’est ca? Neanche per idea. Dovremmo cominciare a introdurre un assunto, ovvero che i Green Day sono stati due band diverse. Una punk e una pop. E oggi ci tocca parlare della seconda. Francamente inascoltabile. Paragonati a loro, i Foo Fighters sanno di grindcore, i Sum 41 sembrano i Dead Boys, i Blink 182 forse i Ramones. Il che è drammatico solo a pensarci. Lasciateli alle ragazzine, a chi non ha mai sentito parlare di punk, a chi crede che questo abbia a che fare con il vero rock and roll. Lasciateli a loro, voleranno insieme nell’oblio delle cose inutili. Doveroso il compito di raccontare che Nuclear Family è forse l’unica canzone degna in un disco indegno (pur richiamando C’Mon Everybody di Eddie Cochran) ma il gioco si fa duro già al secondo brano, una I Fought The Law (con tutto il rispetto) per ragazzini brufolosi e annoiati, che celebreranno la loro adolescenza ormonale con Carpe Diem e si sentiranno particolarmente cattivi alzando i volumi di Let Yourself Go.

Il fondo del barile è tutta in Kill The Dj, al cui confronto gli Smash Mouth sembrano gli Slayer.  Ricordate Rockwell? Ecco, aggiungete le chitarre e il gioco è fatto. Il resto scorre in un fiume di banalità power pop (senza offesa per il power pop) una identica all’altra. Neanche lo sforzo di inventarsi qualcosa. Triste Y Solitario final, direbbe Soriano, sperando che il santo protettore della musica, scenda sulla terra e li costringa a non incidere il secondo e il terzo capitolo. Che, fantasia al potere, immaginiamo si chiameranno Dos! e Très!. E il sospetto che l’ispirazione sia la fallimentare Pretty Fly (for a White Guy) del periodo peggiore degli Offspring è legittimo. Offspring il cui ultimo disco, al confronto, sembra Piper at The Gates Of Dawn. Per rendere bene l’idea.

24 Settembre 2012
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