• Ott
    31
    2014

Album

Kranky

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Vista da qui, ottobre 2014, la parabola artistica di Liz Harris assomiglia sempre di più ad uno dei suoi diagrammi psichedelici. Un pattern che si ripete all’infinito, identico a se stesso, ma sempre un po’ diverso perché modificato dall’atto stesso di ripetersi. L’intero corpus musicale di Grouper pertanto sembra un concept unico, monocromatico, pieno di una densità concettuale sempre più determinata. Ruins non sfugge alle regole severe ed austere del ricordo. Grouper è ormai il suono stesso della malinconia. Il suono di un ricordo che si consuma nel tempo e si fissa in una foto in bianco e nero, sacrificandosi con i propri resti all’eternità. A dispetto di qualche facile commento della prima ora, l’attingere costantemente ad un catalogo personale di demo e registrazioni sparse, non è sinonimo di nulla se non di una confidenza molto personale con la propria musica, secondo una prassi del tutto simile a quella di William Basinski con i propri nastri.

Ruins pertanto fotografa un momento molto particolare, vissuto ad Aljezur, Portogallo, nel 2011, nei pressi della Galeria Zé dos Bois. Registrato in presa diretta, su un quattro tracce, la voce di Liz, un piano e i rumori dell’ambiente. Esteticamente uno dei suoi lavori più lo-fi, ma dal lirismo romantico molto prossimo ad alcune pagine del minimalismo accademico più sentito. Come altre volte in passato, la presentazione del disco, vergata direttamente dalla mano di Liz, chiarisce con sorprendente lucidità, la natura dell’album: “Questo disco è un documento. Un cenno a quelle passeggiate giornaliere. Strutture fatiscenti. Vivendo con i resti dell’amore. Quando non stavo registrando le canzoni, ero impegnata a percorrere diverse miglia fino alla spiaggia. Il percorso si estendeva attraverso i resti di diverse antiche proprietà di un piccolo villaggio”.

I resti di un amore perduto connessi alla fatiscenza delle costruzioni circostanti. Il legame tra devastazione dei sentimenti e distruzione della geografia urbana non è nuovo, ma lo sguardo di Liz regala una profondità dai riflessi inediti. L’effetto finale è ancora una volta mediato e processato, come fosse fatto di una impalpabile materia onirica. Come un flashback che mima il passato sfiorandone appena l’essenza. A questo punto, si capisce pure che discernere su una traccia piuttosto che un’altra, con un lavoro così denso e lineare, lascia il tempo che trova. Da Clearing a Holding, la musica scorre come un unico flusso di ricordi e con un’incredibile unità formale di insieme, al punto che sembra quasi trattarsi di un’unica traccia suddivisa in più movimenti. Fanno eccezione l’iniziale Made Of Metal, che altro non è se non una introduzione, e la finale Made Of Air, che non a caso non appartiene a queste sessions, risalendo addirittura al 2004, in una registrazione fatta presso la casa di sua madre (la ragazza immortalata sulla copertina di The Man Who Died In His Boat) e che riporta la musica di Grouper al liquido amniotico primordiale dell’infanzia, ergo 11 minuti di viaggio dronedelico verso l’origine stessa della malinconia.

Sebbene, Ruins si inserisca alla perfezione nel catalogo dell’artista di Portland, merita di essere considerato come un tassello a parte nel vasto mosaico della sua produzione, nonché uno dei suoi lavori più belli e personali. E’ un po’ il suo White Chalk, anzi, fatte le dovute eccezioni musicali, con un lavoro del genere Liz si pone più dalle parti della Joni Mitchell di Blue. Benché il disco si muova liquido e seducente, sotto una spessa coltre di polveroso fascino da serie B, è una collezione di canzoni dal profilo maggiore, che di contro si travestono con quattro stracci. Nondimeno il loro destino è quello di mietere numerose vittime tra gli animi più noir di questo gelido Halloween 2014.

27 Ottobre 2014
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