Recensioni

6

La transizione che è avvenuta in seno ai Growing è ormai del tutto compiuta. In Pumps troviamo un suono elettronico industriale volutamente datato e del tutto incentrato sull’ossatura ritmica delle batterie elettroniche e sull’interazione (sempre ritmica) delle punteggiature create dalle tastiere. Un sound che ricorda tanto i pionieri dell’EBM (Pankow su tutti, sin dall’inziale Short Circuit) quanto i Krafwerk – i primi Ralf & Florian, raramente, (Drone Burger), ma spesso quelli più tardivi.

Strutture e timbri che hanno molto di fantascienza vintage (ma di derivazione ’80), e non si spingono molto in là rispetto ai due riferimenti citati (forse solo nello step di Challenger arrivano a intraprendere un dialogo verso altri pilastri, vedi Mark Pritchard). Ma di kraftwerkiano c’è anche una certa ironia o leggerezza giocosa, nel settimo lavoro in studio dei Growing. Lo studio, a questo proposito, è una chiave fondamentale di lettura e il risultato è un lavorio che arriva alle orecchie, nel delineare i primi piani delle tastiere e nel creare e trattare, laddietro, dietro gli angoli delle strutture, gli spazi delle voci (Highlight).

Manca però la permanenza, dentro ai padiglioni auricolari, degli otto pezzi di Pumps. Non si può dire che qualcuno rimanga tatuato nei neuroni, semmai vi vaga un po’ e poi si spegne. Colpa (o intenzione) forse contenuta nell’avvicendarsi dei brani, che sembrano incastrarsi tra loro e puntare più all’effetto di insieme. Ma, di scala in scala, neanche il contenente ha la capacità di far memorizzare il contenuto. Resta un’impressione di poliritmo marziano (non lontano dai Black Dice), non a caso il collante della conclusiva Mind Eraser – con echi di voce alla Throbbing Gristle. Una spersonalizzazione, in una parola. Ma non è detto che sia l’ultima parola.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette