Recensioni

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Che Gruff Rhys fosse un tipo – come dire? – bislacco, lo sapevamo: dalla leadership dei suoi bizzarri Super Furry Animals fino ai concept su cuccioli di leone zuccherosi (Candylion), durante la sua carriera solista il Nostro non ha mai rinunciato al gusto per lo sberleffo, meglio se mascherato da opera finto-intellettualoide. È il caso di questo American Interior, uscito su Turnstile come il precedente Hotel Shampoo, e che con quello ha molti tratti in comune dal punto di vista degli hook melodici e dell’impasto strumentale.

Ennesimo concept nella carriera di Gruffydd Maredudd Bowen Rhys (nome che nella discografia inglese è forse secondo per complessità solo a quello completo di Brian Eno), American Interior nasce dalla scoperta, da parte dell’autore, di avere come antenato John Evans, esploratore che attorno al 1790 si imbarcò nella seguente impresa: attraversare l’America per trovare una tribù di nativi collegata ad un principe del Galles del dodicesimo secolo e che, per questo, pare parlasse quella lingua. Ci sarebbero tutti gli ingredienti per il pappone, e invece no.

Rhys tira fuori un album tutt’altro che pesante: fresco e mai banale, è un pop che pare sbarazzino (Lost Tribes) ma che in realtà si rivela un artigianato di prim’ordine. E infatti, cos’è Tiger’s Tale se non i Wilco dei dischi con Billy Bragg che jammano con Costello a Memphis, con una leggera sbornia da Metronomy? Nella title track, poi, viene delineata la continuità con la Vitamin K del lavoro precedente: il tono è maturo, a volte malinconico, ma mai insostenibile, tratteggiando gran parte del mood dell’album. Gruff utilizza un armamentario strumentale varigato, mette assieme elementi disparati e riesce a tenerli insieme in una maniera che, in alcuni frangenti, ha del miracoloso. Valga come esempio Iolo, sorta di yodel innalzato dagli archi che sembra composto da Morricone, anche per la base ritmica dal suono così spaghetti western.

American Interior si divide tra brani minori e altri che, in un mondo ideale, potrebbero risultare veri e propri ordigni schiaccia-classifica, come Liberty (is where we’ll be), ma che quasi certamente non lo saranno. Vuoi per la complessità di alcune scelte – Allweddellau Allweddol sono i Talking Heads che fanno cantare dei pargoli fino a sfiorare George Clinton -, vuoi per la stranezza dell’autore, che vede in però così salvaguardato il suo status di weird.

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