• feb
    23
    2018

Album

Atelier Sonique

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Il settimo lavoro dei Guignol di Pier Adduce vuole avere sostanza, a partire dall’ispirazione: il poeta e attivista politico lucano Rocco Scotellaro riecheggia nel titolo, oltre che nell’apertura e nella chiusura del disco, con due brani che sono in realtà due sue poesie musicate, Padre mio e Pozzanghera Nera 18 aprile. Sono proprio i temi dell’album a costituirne il fulcro, quasi fino a trasformarlo in un concept su un mondo perduto e un po’ desolato, una provincia immaginaria con scritte dentro storie di lacrime, sudore e sangue, un flusso di coscienza sommesso ma anche a tratti ardente, violento, simile alle pagine di un diario ritrovato, appartenuto ad un altro tempo. Dentro si rintraccia una narrazione dal tono coerente e uniforme di vicende che potrebbero essere universali: l’inconsapevolezza dei sentimenti (Diversi Opposti), i conflitti familiari puntualmente irrisolti (Sei Fratelli), le infanzie di periferia (L’orizzonte stretto), il ritorno ai luoghi d’origine (Oggi dopotutto).

Lo stile cantautorale di Adduce attinge a una tradizione “alta” (Gaber, Jannacci) e riesce a trasmettere tutto il senso di uno storytelling partecipato e dolente, come a volerci far entrare dentro quelle vite che sembrano appartenere a un mondo lontanissimo, eppure in qualche modo possiamo riconoscerle. Dal punto di vista strettamente musicale, interessante l’esperimento retrospettivo della già citata Padre Mio, che suona come un 45 giri senza un tempo definito. Lo stesso effetto che fa 1979, con in più qualche puntata folk-blues ad aggiungere suggestioni a un testo molto toccante, dove si racconta con delicatezza la storia disperata e commovente di qualcuno che ha 17 anni nel ’79, e si fa un buco per essere altrove.

L’atemporalità, negli arrangiamenti, nelle scelte stilistiche, è qui un valore ricorrente, probabilmente frutto di una scelta precisa anche nella produzione (affidata a Giovanni Calella). A voler usare argomenti pretenziosi, si potrebbe dire che è proprio questa atemporalità a rendere il disco più contemporaneo di molti altri apparentemente più à la page. L’approccio compositivo è accurato, stratificato, studiatissimo: musica “letteraria”, potremmo definirla, dove gli strumenti ricamano intorno alle storie, un po’ alla maniera di Capossela; a tratti viene in mente anche Cesare Basile, con cui non a caso, in passato, ci sono stati episodi di stretta collaborazione e sinergie. Proprio in quanto musica letteraria, dai toni puntualmente densi in cui non può che indulgere, richiede più di un ascolto per essere afferrata, e il giusto mood per essere compenetrata. Musica piena di parole, musica verbosa di significati, a cui va però riconosciuto il suo essere portatrice di contenuti, che in questi tempi tristi non può che costituire un merito, decisamente da premiare.

26 Febbraio 2018
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