• Gen
    26
    2018

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Weird World

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Il suono sta al tempo come il sale sta all’acqua. Diviene evidente come il trascorrere inesorabile del tempo trasformi il significato delle architetture sonore, innescando una dialettica tra la loro dimensione simbolica (destinata a durare) e quella funzionale (che cambia più rapidamente), un processo in cui i musicisti sono sostanzialmente tagliati fuori dalla possibilità di incidere in maniera significativa sugli aspetti concreti del reale. Non dovrebbe forse esistere una forma prestabilita di rapporto tra suono e tempo? Ad ascoltare The Drink, debutto dell’enigmatico duo ******** (ogni asterisco si riferisce a una parola il cui acronimo forma Guinness, Generally Underwhelmed Incognito Niceties Not Even Slightly Suggestive), parrebbe proprio di no. Il tempo di erosione della fase funzionale si riduce, e il disco, che simbolicamente potrebbe essere la nostra statua di sale, si dissolve sotto una pioggia di riff destrutturati e drum machine interrotte.

L’esordio discografico del duo formato da Ailie Ormston e il misterioso Ω, appare come un focus sulla vita, sul quotidiano, quello più banale, eccessivo, deludente e per questo reale. Nelle dodici tracce di The Drink, la vita di una coppia dell’ovest esplora il compromesso con l’esistenza, la spontaneità dei sentimenti, in un vorticoso turbine sonoro crittografato, quasi volto all’oblio. I synth ripetitivi e new wave del brano d’apertura sostengono un’abrasione lunga tre minuti, fra campionamenti isterici e percussioni dada. Si respira una sorta di disagio collettivo, cui segue la quiete surf dell’ingannevole I’m a Zookeeper (Not a Goalkeeper), tripudio di tastiere Casio e spoken word meccanizzato in stile Gorillaz.

È un Cabaret Voltaire 2.0. quello organizzato in The Drink: urla, risate, gesti sconnessi del duo sul palco. Una formazione che trova nell’arte declamatoria dell’ipnosi la propria cifra stilistica, in mezzo a ululati bestiali e cigolii antichi. Se Trish suona come una filastrocca provocatoria, un mantra chitarristico sul punto di implodere, la sporcizia urbana della splendida Kinderpunsch si muove su lidi post-punk e linee vocali tetre e viscerali, in cui la paura di una sonorità sconosciuta si compensa con una sensazione di assoluta e primitiva libertà. Nel suo aprire con una melodia struggente, Wish You a Merry Christmas si dimostra un brano fra il pretenzioso e il bizzarro, panacea di tutto l’umorismo nero che più nero non si può.

L’approccio lo-fi si tinge di una straordinaria potenza linguistica, con la voce di Ailie Ormston a distruggere il consumismo dilagante del periodo natalizio. Dalle dissonanze circensi di Bowling Green al charleston elettrico con le voci automatizzate di Signs of life in the computer, i Guinness si fanno portatori di istanze sociali con un piglio naïf mai superficiale, andando a investigare l’onnipresenza della tecnologia all’interno delle nostre vite, la disperazione che abita sui social dove si consigliano metodi e strumenti per suicidarsi, l’assurdità della gig economy. Potremmo considerare The Drink un disco politico, umanitario, civile, se solo la polis si interessasse realmente di certe problematiche. Schweppes Bitter Lemon, un po’ spaghetti western, un po’ rock seventies, regala l’efficacia minimalista di un disco contemporaneo, ancorato alla realtà ma al tempo stesso desideroso di rifuggirla, tanto è il disgusto provato. A chiudere l’album la metallica matematica di Doberman, dialogo a due voci e innumerevoli sensi costruito su synth acidi, passi affrettati, sax dissolti in cenere e coretti astorici.

Dodici scenari universali, abituali, eccessivi: nell’essere inconsapevoli e capaci di compromessi i Guinness trovano il proprio nucleo creativo, enfatizzando la loro capacità di cambiare la forma di ogni brano per adattarsi a diversi ambienti performativi. Non c’è da meravigliarsi se alla fine dell’ascolto si è come prosciugati da tutto il sale che corrode rumori, drum machine e tastiere distorte: quando Ω sussurra che niente è «all that easy, but it’s not all that hard», siamo di fronte all’opera d’arte della vita, decisa a non disciogliersi ma a riflettersi, come uno specchio, sull’acqua.

26 Gennaio 2018
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