• nov
    23
    2008

Album

Geffen

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E’ durata ben quindici anni la gestazione di quest’album, annunciato per la prima volta alle soglie del lontano 1994, poco
dopo il successo dell’esperimento amarcord di cover punk The Spaghetti Incident?. Ce ne eravamo dimenticati tutti, dei Guns N’ Roses, ormai considerati un
capitolo chiuso da tempo, nonostante gli annunci di reunion a cadenza irregolare e i progettini che provavano a tenerne in vita almeno l’anima, come i Velvet Revolver di Slash. Ma, diciamolo pure senza remore: i Guns N’ Roses non esistono più. Anche se Chinese Democracy rientrerà di diritto nella discografia della celebre band statunitense, di fatto si tratta in tutto e per tutto di un album di Axl Rose. Che poi, dei vecchi membri ci sia anche Dizzy Reed, figura assolutamente secondaria, cambia veramente poco. Un vero peccato che Axl non abbia optato, vista la fama legata al suo nome, per la soluzione dell’album solista, che sarebbe risultata senz’altro più dignitosa. Anche perché Chinese Democracy non è un album tutto da buttare, se considerato in disparte e senza i paragoni scomodi con i tempi che furono. Certo che, se la qualità della musica fosse direttamente proporzionale al tempo impiegato per la composizione (per fortuna non è sempre così) e se Axl ci avesse messo ben diciassette anni (tanti ne sono passati da Use Your Illusion) a scrivere quattordici canzoni (ma ci auguriamo che abbia vissuto la sua vita in maniera più prolifica), dovremmo trovarci di fronte a un capolavoro, il primo del nuovo millennio. Ma, ovviamente, non è così. Allora cos’è questo Chinese Democracy, a parte l’orrendo titolo, che sembra suggerito direttamente dagli agenti della CIA e gli è già valso una mega censura in estremo oriente? Ebbene, niente di più e niente di meno di ciò che ci saremmo aspettati: un tentativo di saldare il debito temporale con gli anni ’90, provando a salvare il salvabile, dosando gli elementi che hanno fatto il successo dei Guns.Un po’ di metal, accenni di funk e un garage che ha perso tutta la “zozzura”, la ruvidezza degli anni che furono. Non mancano le ballate struggenti (Street Of Dreams), né i singoli da MTV (la Title Track); e neanche i tentativi di “uscire dal seminato” (Better), proponendo un improbabile miscela tra Malmsteen e i Bon Jovi. Il tutto condito con la riconoscibilissima voce di Axl. C’è tutto ciò che può far “funzionare” un album. Ma manca tutto il resto. Mancano i riff e gli assoli sporchi e crudi di Slash, quel suo stile da bluesman che tanto era debitore a Jimmy Page, quanto è stato fondamentale a creare il sound della band. Come manca l’immagine irriverente di cinque ragazzi drogatissimi che del punk avevano ereditato la schiettezza e l’essenzialità, antieroi di un mondo che stava definitivamente cambiando pelle.

1 gennaio 2009
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