Film

Add to Flipboard Magazine.

Il lento dissolversi di un uomo e il suo progressivo allontanarsi da tutto. Un tuffarsi nel nulla. L’apertura dell’ultimo film di Gus Van Sant dà subito il tono allo scorrere di questi ultimi giorni. Liberamente ispirato alla figura di Kurt Cobain, che nel film viene ribattezzato Blake, Last Days è un oggetto strano e sinistro che ti entra sottopelle e, come sempre accade con Van Sant, alla fine ti lascia con molti più dubbi che risposte. Terza parte di un’ideale trilogia sulla perdizione esistenziale che vede in Gerry eElephanti primi due capitoli, Last Days è un film scontroso e involuto che si disinteressa totalmente del fatto di cronaca in sé, per concentrarsi sull’osservazione non partecipata degli eventi. Un’attitudine da documentario, che ripropone pedissequamente lo sguardo vitreo e asettico con cui in Elephant erano stati indagati i fatti di Columbine.

Ad aumentare l’effetto di vero è il montaggio incrociato e non lineare con la riproposizione degli accadimenti ripresi da più punti di vista, tecnica che non fa altro che amplificare ulteriormente la tensione verso l’oggettività. Ciò che cambia è l’assetto cromatico: tanto Elephant era un film colorato e vivace per gli occhi, quanto Last Days è un film da toni di grigio, umido e funereo. In uno degli innumerevoli piani sequenza che seguono il peregrinare del protagonista, vediamo la sua figura di spalle, come un Norman Bates che va verso la propria casa da gotico americano, in un notturno cupissimo e con i rami spogli degli alberi minacciosi a graffiare i contorni dell’immagine. Un’estetica da horror americano che non lascia dubbi, così come non lascia dubbi lo stato allucinatorio delle sequenze. Valgano per tutte, quella del video dei Boys II Men mandato da MTV con un Blake accasciato a terra e quella di Venus in Furs mandata in riverbero

Il vagabondare tra le stanze della casa e il compiere gesti apparentemente non chiari, si inserisce in quest’ottica e deve qualcosa alla House di Bartas, regista che fa parte di quella sorta di severa nouvelle vague contemporanea dell’est europeo, che tanto sembra aver influito sul nuovo corso di Van Sant. A partire da Gerry, infatti, i suoi film hanno rimodellato il modo di osservare gli eventi, seguendo la libertà e la leggerezza dei piani sequenza di Bela Tarr e di Abbas Kiarostami. A ben vedere questo cambiamento non è altro che la naturale evoluzione di uno sguardo costantemente perso in qualche zona dell’anima. Il suo cinema è sempre un risveglio o una caduta, come il River Phoenix di My Own Private Idaho, che senza punti di riferimento, apre il film nel mezzo del nulla americano. Lo stesso nulla che lo accoglierà a fine film e lo stesso nulla annichilente verso cui sembrano tendere quasi tutti i protagonisti di Van Sant. Blake è solo l’ultimo dannato, l’ultimo reietto che devia dalla società e si perde in se stesso a conferma della costante attenzione all’universo dei marginali, dei dimenticati, di quelli che si perdono/smarriscono in un nomadismo sia reale che metaforico.

24 Giugno 2005
Leggi tutto
Precedente
Coldplay – X&Y Coldplay – X&Y
Successivo
Joy Zipper – The Heartlight Set Joy Zipper – The Heartlight Set

Altre notizie suggerite