Recensioni

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Veniamo subito al punto: questo ha tutta l’aria di essere il disco pop rock dell’anno. Magari possiamo discutere su quanto sia lecito aggiungere “rock” al “pop”, sempre che possa davvero importare a qualcuno discuterne. Ma, insomma, dopo due dischi baciati da un considerevole successo le HAIM hanno sfornato il lavoro che potrebbe consegnarle ai numeri davvero grossi. Anzi, senz’altro lo farà. Direi che si può parlare di “stato di grazia”, come dimostra il lusso di tenere fuori dalla tracklist i tre singoli che negli scorsi mesi hanno anticipato questa uscita (sono però presenti – un po’ ipocritamente, se vogliamo – in veste di bonus track: il nervosismo sintetico scoppiettante di Now I’m In It, lo zucchero amarognolo gospel-folk di Hallelujah – non l’ennesima cover del noto pezzo di Cohen, grazie al cielo – e soprattutto quella Summer Girl che rimette in circolo vibrioni Walk On The Wild Side – non a caso Lou è citato nei crediti – impastandoli di fierezza femminina e torpore Lana Del Rey). 

Le tredici tracce ufficiali di Women In Music Pt. III sono una giostra che frulla e ondeggia con impressionante versatilità e altrettanta disinvoltura tra forme stilisticamente assai diverse, unificate dalla presenza assieme irriverente e calda, fragile e riottosa, giovane e scafata delle tre sorelle: si parte dalla mescola tra folk, hip-hop e folate jazz di Los Angeles, all’insegna di un disincanto che non fa sconti (“On these days, these days, I can’t win/These days, I can’t see no visions”) e si arriva alla meditazione per chitarra elettrica e voce sotto vuoto pneumatico di FUBT (acronimo di “fucked up but true”, il testo regolato su un melodramma sentimentale standard). 

Nel mezzo, variazioni power pop e ibridazioni hip-hop, ballate che soffriggono palpiti elettrici e residui (molto annacquati, direi pure omeopatici) d’incazzatura Liz Phair, tra cui si distinguono la assai efficace The Steps (un pezzo che avrebbe potuto scrivere Courtney Barnett se a dieci anni fosse rimasta traumatizzata da Meredith Brooks), una Gasoline che fa incontrare Malibu delle Hole e Cruel Summer delle Bananarama, o il boogie di Up From A Dream che rievoca il fantasma elettrico (digitalizzandolo) dei T.Rex

Canzoni che una alla volta possono giocarsi chance significative per l’assalto alla fortezza delle playlist d’ogni ordine, grado e categoria, o cavarsela comunque dignitosamente (vedi la trepida I’ve Been Down, col ritornello che si spalma come una crema sul logorio della vita moderna, quella Don’t Wanna che spiccia un funkettino 80s come una versione analcolica di Wendy & Lisa, mentre All That Ever Mattered con le chitarrine effettate chiama in causa direttamente il magister Prince, per non dire di quella 3 AM più soul che funky  ma non senza timbrare il cartellino dell’ascendenza hip-hop). 

Ripeto: un disco pop potenzialmente in grado di perforare ogni barriera, un trapano a percussione tenuto saldamente in mano da tre ragazze che hanno il merito di apparire disallineate nel momento stesso in cui utilizzano al massimo mezzi, soluzioni ed espedienti del pop (del soul, del funky, del rock…) mirando a una radiofonia di qualità. Complimenti aggiuntivi se li meritano soprattutto per la scelta di posizionarsi in un settore scoperto, con una configurazione in grado di far collassare estetica da girl band e riot grrrl in una dimensione ibrida in cui tutto è musicalmente concesso, perché gli schemi saltano dove gli estremi eludono le disposizioni anti contagio.

Tuttavia, se lo considero nel suo insieme, questo disco mi sconcerta. Mi travolge con una freddezza di ritorno senza appello che contrasta proprio con quell’apparente disallineamento: per come si mette al servizio di un progetto intenzionato a coprire tutto lo spettro, per come sembri voler utilizzare la versatilità stilistica in funzione di una pesca a strascico ingegneristica, destinata a fare mattanza nella tonnara delle utenze streaming e radiofoniche (vedi l’insistenza quasi caricaturale sui ritornelli, tanto più gradevoli ed elementari quanto ripetuti per impiantarli tra le sinapsi fin dal primo ascolto). 

Non che questo mi scandalizzi, sappiamo come vanno certe cose e che vanno così praticamente da sempre. Il problema è che loro stesse ne escono come un cocktail più colorato che gustoso, con quel sapore instabile che dopo un paio di sorsi ti fa capire quanto aggiustamento chimico ci sia dietro: tra le altre cose, ci senti le Bangles ma senza l’impronta acida dei trascorsi Paisley, ci senti una vaga discendenza Destiny’s Child che opportunamente si ferma sul confine della velleità, ci senti il disagio di una questione femminile compressa in una dimensione post-adolescenziale come nella prima – artificiosissima – Alanis Morissette

Peccato, perché se è vero che mi farebbe assai piacere tornare a vedere un po’ di rock nelle zone alte delle classifiche, mi spiace molto vederne utilizzate le parti utili come ingredienti di un pop rivolto a chi del rock sostanzialmente può fare benissimo a meno, di un pop che – rock a parte – non ha altre ambizioni che il massimo dei passaggi negli airplay e nelle playlist, di un pop che al suo massimo è una presenza sostituibile per definizione, pianificato in ogni suo aspetto, accogliente e mimetico, attento a evitare scomodità anzi comodo come un jeans sdrucito (ad arte), sostanzialmente privo di conseguenze. 

Se questo è il disco pop-rock dell’anno – e ne sono convinto – si tratta di una pessima notizia. L’ennesima, per il pop-rock.  

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