Recensioni

5.5

Volker Bertelmann è un virtuoso del piano preparato Cage-iano: non è una novità. Neppure il fatto che usi il piano preparato come dispositivo emozionale per portarci lungo composizioni con temi prendibili e a volte dolcemente travolgenti – ossia come la maggior parte dei pianisti a effetto che troviamo in circolazione. Nel caso di Abandoned City, persino il missaggio coincide con l’esecuzione: è di fatto un disco registrato in casa come fosse dal vivo.

Resta da capire se dietro la missione di un pianista che non usa il piano normale ma preparato ci sia retorica o un’effettiva preferenza in base all’obiettivo acustico ricercato. Preferire un prepared piano per fare cose tradizionalmente modali, diremmo restauratrici (da Restaurazione), ci porta a un bivio: o si cerca di entrare in un discorso avanguardistico per dare il medium come messaggio, altrimenti si cerca un effetto diagonale dalle corde pinzate fuori misura dello strumento.

La seconda possibilità si manifesta in un paio di occasioni, in Abandoned City (Pripyat, che da sola quasi tiene in piedi tutto il disco, e Thames Town). Altrove, nonostante la perizia, Hauschka estrae temi (a volte banali, vedi Agdam) che non hanno lo spessore di rivendicare un primo piano, nelle ambientazioni che vogliono costruire – dato che Abandoned City è un concept album che dà corpo acustico a città fantasma, scheletri urbanistici abbandonati. Quella purezza e quella ondata emotiva che Volker rivendica per l’album (un disco che pare essere stato scritto di getto, dopo la nascita del figlio), non arrivano quasi mai. Forse abbiamo noi gli argini troppo alti.

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