Recensioni

Questo film narra la storia di un maiale, soprannominato Porco Rosso, che si batte contro i pirati del cielo a rischio del suo onore, della sua donna e dei suoi beni, ambientata nel Mar Mediterraneo, all’epoca degli idrovolanti.
Prima di diventare uno dei film più conosciuti dello Studio Ghibli, Porco Rosso (Kurenai no buta, lett. Il maiale cremisi) è stato un piccolo manga a colori creato dallo stesso Hayao Miyazaki. Dal titolo Hikōtei jidai (lett. L’era degli idrovolanti), la storia del pilota dalle fattezze suine è stata pubblicata in tre parti nel 1989 e non differisce particolarmente da quello che poi è diventato il corrispettivo lungometraggio animato (in sala nel 1992). Certo è che, proprio per la sua breve durata, il manga non approfondisce in maniera esaustiva il racconto, ma ciò che va sottolineato è la sua destinazione, un mensile chiamato Model Graphix e specializzato in modellismo aereo. Come in molti hanno potuto intuire dalla sua lunga e preziosa filmografia, il Maestro non ha mai nascosto una sfrenata passione per il volo e le macchine volanti, tanto da farlo diventare un tema ricorrente delle sue storie e una cifra stilistica della sua matita. In questo senso, è da ammirare la sequenza iniziale di Porco Rosso, sviluppata su un vertiginoso inseguimento aereo tra il protagonista e una banda di Pirati del Cielo (i cosiddetti «Mamma Aiuto»), così come è da sottolineare la cura maniacale del dettaglio per la meccanica degli idrovolanti, ognuno con le proprie peculiarità e i propri punti deboli. Per esempio, verso la metà del film compare un fittizio motore V-12 “Folgore” con sopra la scritta Ghibli: è un riferimento anacronistico al Caproni Ca.309 Ghibli, aereo dell’azienda italiana Caproni Aeronautica Bergamasca (CAB) nata nella seconda metà degli anni 30 (il film è ambientato nel ’29); inutile ribadire che il nome dello Studio deriva anche da questa tipologia di aereo.
Le radici di tale “ossessione” si trovano nella biografia dello stesso Miyazaki. Il padre, l’ingegnere aereonautico Katsuji Miyazaki, è stato direttore della Miyazaki Airplane, l’azienda che produceva i componenti utili alla costruzione dei caccia leggeri “Zero” durante la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante sia cresciuto lontano dagli orrori della guerra, il Maestro ha sempre risentito della sua influenza tanto da arrivare a correre su binari reputati “ambigui”, come quelli della sua opera testamentaria Si alza il vento (Kaze tachinu, 2013). Speculare a Porco Rosso, che ne diventa quasi un “prequel” (almeno per alcune tematiche e punti di riferimento), l’ultimo complesso film del cineasta giapponese mette in scena la vita (vera) dell’ingegnere Jirō Horikoshi, giovane e inguaribile sognatore che nel segno del suo idolo Giovanni Battista Caproni (il fondatore della CAB) è arrivato alla progettazione dei caccia “Zero”. L’ambiguità di tale racconto sta nell’affetto con cui viene descritto e disegnato il suo protagonista: per amore dei sogni e della creazione “artistica”, Jirō non disdegna il suo trovarsi al servizio della Marina Imperiale Giapponese. In una carriera costellata da anime, cortometraggi e lungometraggi votati a grandi e dirompenti messaggi anti-bellici (da Nausicaä della valle del Vento in poi), risultò molto disorientante vedere sul grande schermo un ritratto di tale natura. Ma sta proprio in questo snodo la genialità di un autore capace di inquadrare la complessità umana come pochi altri, mostrandone sia i lati più nobili che quelli più oscuri e discutibili, senza perdere mai di vista che cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.
Mentre Jirō cade preda della trappola bellica, diventandone un alienato ingranaggio, Marco Pagot (questa la vera identità di Porco Rosso) ne rifiuta categoricamente l’appartenenza in onore della libertà offertagli dalla vastità del cielo, lui che è inevitabilmente ancora traumatizzato nello spirito e nel volto dall’esperienza della Prima Guerra Mondiale; infatti, dopo il fallimento di una missione, è stato colpito dalla “maledizione del Porco” che gli ha reso impossibile una vita amorosa con Madame Gina, l’elegante e affettuosa proprietaria dell’Hotel Adriano (il punto di ritrovo nell’Adriatico dei piloti di idrovolanti), e lo ha trasformato in un alieno rispetto agli altri esseri umani, anche se per alcuni risulta comunque attraente (questo è un esempio dell’ironia tipica di Miyazaki). «Piuttosto che diventare un fascista, meglio rimanere maiale», dice al suo ex compagno d’armi Arturo Ferrarin che, in veste di Maggiore della Regia Areonautica, lo informa segretamente dell’arrivo degli squadroni punitivi del partito di Mussolini.
Non è un caso che l’incontro avvenga nel buio di una sala cinematografica, durante la proiezione di un cartone animato dai tratti vagamente disneyani (quelli dei primissimi anni in bianco e nero) e con al centro un malvagio pilota-maiale; con questo piccolo scorcio citazionista Miyazaki sembra voler rimarcare non solo la distanza dalla Casa di Topolino, che ha sempre “banalizzato” i concetti di Bene e Male, ma anche il totale ripudio di quelle spietate politiche totalitaristiche che piegano l’arte ai propri voleri propagandistici, veicolando l’idea di un nemico da abbattere solo perché diverso e impossibile da addomesticare (alla fine Marco è una specie di cacciatore di taglie/giustiziere “mascherato” al limite dell’illegalità).
Se l’incanto più “infantile” (quello che colpisce il cuore dei piccoli) passa dall’eccentricità dei comprimari, dalla frenesia delle sequenze aree o dalla comicità nonsense dei brutti e stupidi Pirati, in Porco Rosso le riflessioni più acute (quelle che stuzzicano la mente degli adulti) si insinuano nei dialoghi e nelle relazioni che Porco intrattiene con i suoi “alleati”, composti per la maggior parte da personaggi femminili privi di stereotipi. Assolutamente opposte alle principesse dai classici Disney, sia la sopracitata Gina che la giovane Fio della milanese Piccolo s.p.a. (l’officina preferita di Porco, interamente gestita da donne di tutte l’età) sono lavoratrici forti, determinate e autonome rispetto al genere maschile (per lo più composto da bifolchi), esattamente come quasi tutte le protagoniste dello Studio Ghibli: dalla Principessa Mononoke nell’omonimo film all’instancabile Chihiro de La città incantata, arrivando alla curiosa Sophie de Il castello errante di Howl, ecc. Perciò, sebbene sia sempre stato considerato un film dalle aspirazioni minori rispetto ad altri, Porco Rosso è la perfetta dimostrazione di come il cinema di Hayao Miyazaki riesca a parlare di temi complessi senza perdere il gusto e la semplicità del racconto fiabesco. Ed è grazie al suo preciso contesto storico che rimane uno degli esempi più poetici del Maestro, avendo voluto nascondere (ma neanche troppo) un emozionante atto d’amore verso coloro che hanno resistito e resistono ai tiranni, sotto le divertenti imprese di un (anti)eroe solitario dal buffo aspetto.
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