Recensioni

7.2

Vecchia come il mondo dell’indie e del rock (o quasi) è la commistione con tropicalismi e felici o Tristi Tropici. Nessuna novità apparente allora nell’approcciare Awe Owe di Roberto Carlos Lange, figlio di migranti ecuadoregni, in arrivo dalla Florida con il suo nuovo moniker Helado Negro.

Lingua madre spagnolo, salsa, quel caldo e meditato infantilismo dei ritmi da Sud- e Centro-America, piglio indie e pure tronico, costruzione avant, per Roberto Carlos – che conosciamo già per il progetto Savath & Savalas dell’amico Guillermo Scott Herren. Come fosse un Animal Collective più docile (da ballata in Espuma Negra, in acustico con fiati in Time Aparts), il super-combo del gelato nero (che comprende personaggi di provenienza Yeasayer, Guy Fantastico, ecc.) tocca quelle lande già approcciate anche da personaggi del jazz misto-Brasile quali Nanà Vasconcelos (Dos Suenos), oppure, ancora una volta, dai soliti nomi: Arthur Russell, Arto Lindsay (Santero), nonché Tom Zè e Os Mutantes.

Eppure, in tutto questo alto suonar di nomi, Lange riesce a trovare un piccolo spazio; è trasognato e squisitamente arrangiativo in Dahum, sorta di mantra chill-out con pre-coda efficace di fiati e conclusione vera in acrilica sfumatura; è pressoché perfetto nel ripetere l’estetica della ripetizione (il bisticcio di parole è voluto) di un tema su tessuto poliritmico in Awe, probabile perno del disco. Le cose migliori nascono quando i synth incrociano quelle melodie cubane o brasiliane andandole a raffreddare o a condire di quel tocco che Helado Negro fa suo, riuscendo a farli passare dallo sfondo alla figura (I Wish).

In definitiva il punto è che anche i padri putativi vanno dietro le quinte, specie quando il lato B matura i solchi oltre la metà; fatto che di per sé dà una cifra diversa dal solito per chi è cresciuto nell’indie avant degli ultimi dieci anni.

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