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6.8

Scivolare dentro un abisso, senza poter fare nulla per resistere alla gravità, senza appigli, senza altro rifugio se non il suono. Si apre senza lasciare scampo il nuovo lavoro della violoncellista e compositrice Alison Chesley, al secolo Helen Money, Atomic, in uscita il 20 marzo su Thrill Jockey. Un uso creativo ed espanso dello strumento, capace di bordate di noise lirico e affilato come di abbandoni e partenze che sanno di romanzi ottocenteschi.

Midnight, la prima traccia, è densa di magnifiche minacce e di un senso di veglia drammatica: siamo istantaneamente trascinati in un oceano emotivo in tempesta, tra ruggini metalliche, chiglie di imbarcazioni arenate su scogli inaccessibili, relitti affondati, bandiere strappate, cieli indifferenti e troppo neri per lasciare una prospettiva. Neoclassicismo, drone, quell’austera dolcezza che ispirava le indimenticabili pagine dei Rachel’s, nuvole di contemporanea, lampi minimalisti ed un senso diffuso di urgenza, di verità, di perdita, fanno di queste undici tracce una sorta di testamento, non a caso scritto dall’autrice dopo la perdita di entrambi i genitori. In bilico tra rivelazione e disgrazia, tra satori e rumore, Atomic vive di tuoni e saette, di miele e veleno, affonda i polsi nel fango e guarda le stelle, sempre più irraggiungibili e altere, animato da qualcosa di sacro in qualche maniera (Something Holy si intitola non a caso la sesta traccia).

A me, nei momenti migliori, ha fatto venire in mente le vertigini boreali del Greg Haines di Slumber Tides (Miasmah, 2006) o i disastri cosmici e le voragini da apocalisse punk del primo GY!BE. Non tutto è sempre pienamente centrato e si inciampa talvolta in frangenti più didascalici (Coil, un post-rock vagamente desertico fuori tempo massimo) ma in generale l’album ha il pregio di respirare, di suggerire, di alludere, di pulsare, irrorando di sangue galattico un cuore innervato da fibre di diversa natura: un’ambient sospesa tra l’attrazione gravitazionale ed il desiderio di una vita acquatica, come titolavano Stars of the Lid su Kranky anni fa, un classico (a volte troppo, e per questo tallone d’Achille di alcuni pezzi) mood da colonna sonora da serie tv post-apocalittica o western-metafisica, un diffuso senso di romanticismo asciutto, permeato di quella resa dimessa così caratteristica di certo post-rock, come una sonorizzazione da dopo-bomba del Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich.

Il violoncello la fa ampiamente da padrone per tutto il disco (la Chesley suona anche il piano), ma ascoltiamo anche i contributi di Will Thomas (synth modulare), Sanford Parker (electronics e programming), Noah Leger (batteria) e Carol Robbins (arpa). Che non cambiano comunque il feeling di un disco che parte benissimo per poi perdersi un po’ per strada, solitario e scuro, come il canto di una donna al cospetto delle forze magiche della natura, le stesse cantate da Lucrezio, dalla cui poetica Helen Money dichiara di prendere spunto: «E’ dolce, mentre nel grande mare i venti sconvolgono le acque, guardare dalla terra la grande fatica di un altro»·

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