Recensioni

7.8

Della folle congrega sarda facente capo alla Trasponsonic abbiamo già avuto modo di parlare. Ma ogni uscita, pur diradata nel tempo rispetto ai pirotecnici esordi, del collettivo di innominati e innominabili è degna della massima considerazione. Specie se, come nel caso di questo Ethnographies Vol. II, non si parla di un album a concetto bensì di due album distinti riuniti sotto la volta dell’indagine etno-antropologica che il collettivo sta svolgendo sulla propria terra d’origine, trasformata quasi in paradigma vivente della decadenza del mondo occidentale, affrontata trasversalmente sotto la lente distorcente della musica "industrial" tutta.

Due nuovi capitoli, dicevamo: Jesus And John Wayne e And Justice For Hollywood, ovvero due (non)luoghi/stati della mente tipici dell’isola. Da una parte il deserto, dall’altra le fabbriche con in mezzo un legame apparentemente distante ma in realtà saldissimo: quello dell’essere “antitetici fratelli in terra sarda”, vere e proprie “cattedrali sulla sabbia”.

Il primo come stato della mente, luogo di perdizione e espiazione, scenario di vecchi western riproposti nell’attualità con un procedimento che sa di quella hypnagogia oggigiorno tanto cara. Roba che si esprime musicalmente in quattro lunghissime suite d’impostazione free-psichedelica, in cui effluvi pagani e rimandi ancestrali riuniscono su un stesso terreno – sabbioso, ovviamente – Current 93 (Hyperion Sunset) e psichedelia desertica post-Morriconiana (HydrogenWhiskey, un Neil Young baritonale abbandonato da Jodorosky nelle location de El Topo), litanie spirituali che guardano ad oriente, come se gli Om fossero cresciuti tra carcasse di fabbriche e desolazione in Barbagia (Gravity Sucks), ohm malefici e ossessivi (Orbitronio).

Sempre dilatato ma più radicale il contenuto di And Justice For Hollywood, per forza di cose legato ad un aspetto industriale, materico e ossessivo delle fabbriche disseminate sul territorio sardo e ricalcato sui sette peccati capitali. Musica retta sul filo rosso che dai TG arriva ai Liars, passando per Godflesh e Scorn, in cui riecheggia una versione nostrana della Sheffield cara ai Cabaret Voltaire. Roba da catena di montaggio, come nell’opener Azure Acedia – i Test Dept dei tempi andati che jammano con gli Swans di Cop o Greed? – e densa di fumi tossici come nella maggior parte delle tracce tra epiche cavalcate tribal-noise (Red Ira) e groovey (Blue Luxuria). La disillusione per uno sviluppo industriale mancato che si trasforma in archeologia invadente, il crollo dell’ideale del progresso, la decadenza visibile nel disfacimento del costruito, trova la sua catarsi nei 34 minuti della ciclopica chiosa di Yellow Avaritia, tra ambient mefitica, risuonare sinistro di sirene d’allarme, metalliche percussioni che sono eco lontano di un american dream trasformatosi in world night mare su cui scende una pioggia acida di white noise.

Più che un disco, una vera e propria ricognizione nel passato/presente di una terra che, ci ripetiamo, è esempio, micro-mondo atonale e ruvido, di un sistema in overdrive e molto prossimo al collasso. Sipario.

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