• Gen
    08
    2016

Album

Rough Trade, Mom And Pop, Lucky Number

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Spagnole di Madrid, le Hinds arrivano al debutto lungo con questo Leave Me Alone dopo un passato con un altro nome (Deers) e l’EP The Very Best Hinds So Far del 2015. Sono quattro, sono giovani ed hanno il pallino del garage pop di scuola anni Sessanta: giri di chitarra bluesy e distorti, voci sguaiatissime, vena pop tra il caramelloso e il graffiante. In un contesto come quello spagnolo, dove il rock viene spinto anche da eventi come il Primavera Sound (vuoi o non vuoi, una manifestazione come quella, conosciuta a livello mondiale, un imprinting lo dà sicuramente sui musicisti iberici di scuola indie) e in cui si cerca di tirare fuori una via originale all’alternative di importazione, le ragazze tirano fuori un disco fortemente passatista. Si tratta di una tendenza forte, ormai conclamata, che pone al centro del suono il divertimento, come se si vivesse costantemente in una California anni Sessanta della mente (ovviamente oggi riprodotta dai brand scientificamente, ma questa è un’altra storia su cui non vale la pena dare giudizi).

Paradossi dei tempi che viviamo: può capitare che più la formula proposta sia ruspante, sgraziata e punk, meno risulti autentica. La realtà è che moltissimo, in questo disco, esprime un enorme bisogno di attenzione: i testi semi-lolitiani, l’aggancio ad una tradizione Sixties che va dalle Shirelles alle colonne sonore dei film di Scorsese dei bei tempi andati, da Phil Spector al semi-analfabetismo musicale e classicista dei Jesus & Mary Chain (senza la minaccia e il noise). E infatti l’attenzione e l’hype, attorno alle Hinds, ci sono.

I riferimenti giusti, il vestiario hipster, le melodie semplici: tutti indicatori che, se privi di personalità, mostrano solo una certa superficialità nell’aver imparato la lezione. Non fraintendeteci, in pezzi come San Diego, Bamboo o Garden qualche guizzo pop interessante si trova, ma è sempre il calco del già sentito senza alcuna impronta personale: quante ripetizioni di Love Is Strange di Mickey and Sylvia è umanamente possibile ascoltare di seguito? Peggio: rispetto al carattere lo-fi sfascione dei pezzi precedentemente editi, una maggiore cura e pulizia (senza esagerare) diminuiscono la simpatia che il non professionismo suscita in chi scrive. Se a questo si unisce una minore incisività melodica, l’uso sempre identico delle voci e l’infilare una chitarra solista acidula in gran parte dei pezzi della prima parte senza che questa aggiunga qualcosa all’economia del disco, si ottiene un album magari a tratti divertente, ma a conti fatti inutile.

11 Gennaio 2016
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