Film

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Un affare di famiglia è da considerarsi il punto di arrivo e superamento delle tematiche affrontate da Hirokazu Kore’eda per quasi tutta la sua filmografia. Partendo da Nessuno lo sa (2004) fino al più recente Ritratto di famiglia con tempesta (2016), il regista giapponese ha concentrato i suoi sforzi nella descrizione e nel riassunto del significato di legame, affetto e famiglia nell’odierna società nipponica e in definitiva nella contemporaneità tout court. Il suo ultimo lavoro – premiato con la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2018 – è il tentativo di ribaltare il concetto attorno al quale ruota il senso ultimo della parola “famiglia” e al contempo donargli un respiro universale, che vada oltre i più semplici e castranti legami di sangue.

Il nucleo famigliare capitanato da Osamu e la moglie è apparentemente indissolubile, stretto attorno a nient’altro che l’amore degli uni verso gli altri e dalla leggerezza che, nonostante la precarietà dell’esistenza, sembra condire le giornate dei suoi componenti. Queste trascorrono tra astuti furtarelli nei supermercati e lavori occasionali e part-time; tra pensioni riscosse in maniera truffaldina e cene attorno a una tavola sempre piena d’amore. Il già precario equilibrio verrà scosso dall’arrivo della piccola Yuri, una bambina che la famiglia di Osamu deciderà di adottare sottraendola di fatto alla sua vera famiglia. I siparietti descritti da Kore’eda si susseguono e si crogiolano nella loro dolcissima ripetizione, mentre assistiamo anche alla formazione della giovanissima Yuri, la quale imparerà per la prima volta il significato dell’amore di una famiglia (contrapposto alla violenza a cui era stata fino a quel momento esposta): di un fratello maggiore in grado di proteggerla, delle attenzioni di una nonna, di una madre affettuosa e mai crudele e di un padre in grado di rassicurarla e farla ridere a più riprese.

L’incantesimo recitato da Kore’eda e da lui sottilmente condotto per spostare le attenzioni principali dello spettatore al fine di portarlo inesorabilmente dalla sua parte, sarà spezzato dall’imprevisto, che tuttavia non va a configurarsi mai come il macabro gioco del destino, ma è rintracciabile nella voglia dei suoi protagonisti di essere riconosciuti a livello istituzionale, nel desiderio – comune a tutti gli essere umani – di essere accettati e amati. L’atto che mette in moto la parte conclusiva di questo personale racconto di formazione è quindi deliberato e ragionato, è la voglia ingenua di trasportare concetti universalmente riconosciuti alla ribalta sociale, una sfida alla confusione morale della legge. Nel faccia a faccia tra i membri della famiglia di Osamu e le forze dell’ordine, Kore’eda è già uscito vincitore, perché oltre il dubbio iniziale ha portato dalla sua parte lo sguardo dello spettatore; lo ha convinto attraverso il meccanismo di ripetizione del gesto e dello sguardo, con i suoi variopinti quadri pennellati d’amore e sensibilità, attraverso i quali emanare un’inaspettata e contagiosa spontaneità. Con la potenza di un campo e controcampo emozionalmente assassino. Attraverso la magia del cinema. Un vero capolavoro.

17 Settembre 2018
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