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Riformare le Hole era l’unica mossa possibile per Courtney, proprio come lo era stata per l’altra superstar ’90 che si nasconde dietro a questa reunion – e che, per medesime ragioni, aveva rimesso in piedi l’unico gruppo con il quale poteva obiettivamente reggersi l’ego.

Per entrambe è stata una scusa. O se volete un’ammissione. Un’etichetta che commercialmente è servita tantissimo, ma che principalmente restituisce un’identità al singolare. Billy Corgan e le sue protesi Smashing Pumpkins 2.0, solide e pompate, non hanno mancato di deludere i fan orfani del songwriter di cui ora rimane l’icona, o se preferite il simulacro. E, del resto, per entrambi è stata un’incestuosa questione di ex, o, se preferite, di sopravvivenza, perché di ex-qualcosa il disco è pieno. Oltre a Corgan, al co-writing c’è Linda Perry, delle dimenticate (ma non troppo) 4 Non Blondes, e il giovane chitarrista dei Larrikin Love, più che promettente folk-art band britannica sciolta anzitempo. Tutti prostituti per qualcosa, nella totale assenza di tutte le Hole storiche, le sole a dare al gruppo una continuità plausibile a partire da Melissa Auf Der Maur, impegnata proprio in questi giorni nel promuovere un secondo album solista tutto rock per le radio con poco, o nulla, da dire; per non parlare dell’ex Eric Erlandson che, tra un capitolo e l’altro di un’autobiografia, continua a premere per una buonuscita economica.

Courtney, a partire dai giornalisti, da raccontare ne ha parecchio. Le song sono storie di falliti e altre stronzate – robe da teenager e per perenni teenager quali sono le rockstar, scritte senza il contorno dei membri storici che le ricordano il passato e gli anni che passano. Canzoni che vibrano dentro alla cianfrusaglia grunge della buonanima Cobain (e di un Corgan la cui inflenza a tratti è imbarazzante), sotto all’intercalare macho e screamo che tutti conosciamo e un singolo comodo come Samantha che è una cosuccia hard glam losangelina.

E se c’è della corrente sarà perché lo stardom rock di questi tempi è pieno di vampiri cattolici iscritti al club di Twilight: Rolling Stones (in studio peraltro a incidere), Ozzy, Guns N’ Roses e persino Pearl Jam, pure loro in senilità. Della Love tutto si può dire tranne che non si sia sempre mossa nei più zozzi e opportunisti binari r’n’r. Niente di generazionale, da sempre solo macha adrenalina, incazzatura con la scusa femminista, un contraltare alla disperazione femminea (e anche un po’ gay) del sensibile Cobain, in comune le droghe ma con effetti diversi. E’ così dai tempi groupie di Echo & The Bunnymen e Teardrop Explodes, e da quando sognava il palco e una band per ottenerlo; ora che lo stage è ritrovato diventa l’unico motivo di esistenza, proprio come per l’altro bolso del rock e la sua band con le virgolette (i Cure).

Non è colpa della Love se il rock, nel frattempo non è mai stato più caricatura di se stesso come nel 2010 – e questo grazie anche gli ultimi dieci anni di U2 e mettiamoci pure quel boaro arricchito di Bon Jovi, prodotti commercialmente falsi, totalmente genoflessi allo show, che se non vi interessa più potete anche cambiare canale, ma se qui volete stare, meglio scegliere chi ha venduto l’anima al diavolo e chi ti racconta che anche tu, nel tuo mediocre quotidiano, puoi essere un eroe. E’ di baratti come quelli della Love che il rock ha sempre vissuto.

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