Recensioni

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Proseguendo a cancellare i confini tra elettronica e indie rock, se ancora ce ne fosse bisogno, così come tra spirito contemporaneo e approccio DIY, i canadesi Holy Fuck tornano con Deleter a quatto anni di distanza da Congrats, che a chi scrive era parso molto buono nel fornire una compattezza alla proposta della band, nella definizione tanto del suono quanto delle più riconoscibili parti vocali. Siamo al quinto capitolo di studio, il primo per l’etichetta personale Holy F Records dopo i trascorsi con Young Turks e Innovative Leisure, e le ambizioni si fanno più evidenti: basti considerare gli ospiti coinvolti.

In ottica filo-dance si segnala subito la presenza di Alexis Taylor degli Hot Chip nell’estesa e melodica Luxe, dagli esiti non troppo distanti dal mondo radioheadiano o, ancora meglio, dal Thom Yorke in versione solistica. Il desiderio di incrementare il giro alternativo è poi evidente con la paranoica Deleters in compagnia di Angus Andrew (ne risulta un pezzo che richiama inevitabilmente le contaminazioni dei Liars), oppure con Free Gloss, arricchita dalla partecipazione di Nicholas Allbrook, leader dei Pond e componente live dei Tame Impala, che in effetti sfodera più di qualche rifrangenza psichedelica oltrepassando i sei giri di orologio, ma risulta forse l’episodio più banalotto tra i nove in scaletta. È un’house lisergica anche quella di San Sebastian, per un tramonto in spiaggia sotto acidi aggressivi. Il mood più caldo e crepuscolare è confermato da Endless e Near Mint, accesa comunque da fuochi elettrici. Il tiro strumentale del passato è invece rievocato con il gas kraut-math di Moment, dove il canto torna a farsi più suono che elemento strutturante canzone, e con il rumorismo di No Error. Ruby chiude in chiave extraterrestre.

OK, non saranno super originali – una delle, ehm, banali critiche che viene loro mossa più spesso e che si potrebbe applicare persino adesso, nonostante i riferimenti si facciano più psych che (post-)punk e dunque non vi sia traccia di immobilismo. Il connubio fra groove ballabile e muscolarità è ormai acquisito, e qui risulta forse ancora più accessibile, eterogeneo. Brian Borcherdt, Graham Walsh e soci sono però molto bravi nel presentarlo in maniera stilosa e formalmente impeccabile, magari al momento meno arty e cupa rispetto ai connazionali Suuns. Insomma, questo non è il lavoro più convincente o incisivo del quartetto, che in senso assoluto avrebbe meritato maggiori consensi rispetto a quelli sinora ottenuti, ma potrebbe essere quello in grado di farlo conoscere a un’audience ancora più vasta. Tutto sommato e rimescolato, bene così.

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