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Nel 1990 un gruppo di scultori e performer appartenenti alla Mutoid Waste Company arriva in Italia per partecipare al Festival dei Teatri di Santarcangelo di Romagna e decide di stabilirsi in una porzione di spazio all’interno dello stesso Comune, sulle rive del Marecchia. Lentamente inizia a comporsi un villaggio dentro il villaggio, una vera e propria città abitata da una comunità umana tanto varia quanto unita da idee socio-culturali affini. Nasce così il campo di Mutonia, dove oggi un numero imprecisato di artisti vive e lavora, trasformando rottami, parti di oggetti in disuso, materiali di scarto, in opere d’arte e pezzi utili alla vita di ogni giorno. I mutoidi, con le loro radici originariamente immerse nella cultura dei rave, del dub, della psichedelia e dell’acid house, vivono all’interno di camper e roulotte e sono oggi portatori di un’esperienza umana, esistenziale, quotidiana, capace di rappresentare una vera e propria sfida alla vita della nostra società capitalista. 

Massimo Carozzi, Anna De Manicor e Anna Rispoli, gli artisti del collettivo ZimmerFrei, hanno realizzato un documentario sulla città di Mutonia; recentemente presentata al Festival Internazionale del Film di Roma, quest’opera va a inserirsi all’interno di un progetto di documentazione cinematografica più ampio, Temporary cities, che si propone di raccontare alcune città attraverso i ritratti di un luogo specifico e definito. ZimmerFrei racconta Mutonia cercando di superare la pure interessante vicenda culturale della Mutoid Waste Company e riesce a attraverso le voci, i volti e le giornate degli abitanti del campo, a mostrarci una quotidianità autenticamente alternativa a quella delle nostre vite, un antro di libertà autoregolamentato che lascia all’invenzione e alla creatività uno spazio centrale.

Il documentario sembra muoversi lentamente sempre più verso il particolare, avvicinandosi con ficcante discrezione alle vite private dei Mutoidi: proprio nell’avere accesso ad alcuni spazi di intimità si riesce a comporre lentamente il quadro globale, l’esperienza del campo nella sua interezza. Non sono dunque solo le immagini straordinarie del film – unite all’ottima colonna sonora firmata, tra gli altri, da Stefano Pilia  a colpire lo spettatore per intensità e nitidezza narrativa, ma il modo che le stesse hanno di procedere e di raccontare sempre più intimamente e insieme globalmente un intero modo di stare sul pianeta. Un modo ritratto con accurato realismo poetico, che finisce inevitabilmente per risultare modello di purezza e di lotta.

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