Recensioni

6.3

È il 2013: dal suo quartier generale galleggiante a Leeds, un misterioso quintetto di corrieri cosmici s’impone sulla scena neo-kraut/psych britannica con un full-length d’esordio che porta il nome di Pearl Mystic: la cover non reca alcun tipo di dicitura, è solo un’illustrazione virata al blu melvino che raffigura uno stregone, comunque sia una lunga figura incappucciata che contempla la vastità del cosmo da un oblò, in un contesto vagamente dada o retro-futuristico. Così fanno gli Hookworms: ignoti, circolano tra le tubature dell’underground made in UK con solo delle iniziali a definire una vaga identità, ma non è quello che a loro serve per farsi conoscere; il loro EP d’esordio, uscito giusto un paio di anni prima, ha da subito la sincera approvazione di personaggi quali Julian Cope, o Bobby Gillespie, così la band diviene l’oggetto del desiderio e della contesa per molte etichette che vedono in lei un futuro sicuro per le vibrazioni psicotiche di una scena pronta ad implodere (col senno di poi, ci siamo resi conto che la psichedelia dell’ultimo lustro ha ricevuto tanto da gente che veniva da altri luoghi del mondo, ma tant’è).

Così arriva l’attivissima (e ottima) sublabel di Domino Records, Weird World, che licenzia l’esordio dei cinque di Leeds, e fa volare sugli scaffali quella copertina stramba tutta blu; è ancora forte lo stupore di quando lo scoprii, in quello che un tempo era uno dei negozi di dischi più belli di Firenze (uno showroom di attrezzature ed abbigliamento per il polo…). Ricordo il fascino che mi pervase nell’osservare quell’assurdo scenario, la corsa a casa per sentire cosa contenesse l’oscuro, sfiancante, labirintico lato A; e poi l’esplosione, il maelstrom, l’ascesa catartica del lato opposto. Insomma, se non l’avete ancora ascoltato, Pearl Mystic è una mina. Seguì poi The Hum, nel 2015, con l’approdo alla casa madre Domino, che sfoggiava una dentiera digrignata in copertina e rosicchiava quanto restava del corpo esanime di Hawkwind e Spacemen 3, sputazzando frammenti post-punk e residui bavosi in odor di Suicide e Fall. Era l’album della consacrazione? Non proprio.

Abbiamo aspettato molto tempo per questo terzo capitolo del loro viaggio interstellare, e Microshift giunge in sordina, con qualche anticipazione dall’insolito retrogusto synth-rock, vagamente eighties, decisamente NME. Piuttosto, il nuovo album è il frutto di esperienze forti: la band esce dall’oscurità ed entra nella luce, dopo aver assistito al dramma della perdita. Una perdita non personale, ma collettiva, che si è consumata il giorno di Santo Stefano (Boxing Day per quelli d’oltremanica), quando il fiume Aire, che oltrepassa Leeds, esonda, mangiandosi tutto quello che c’è attorno, compresi i Suburban Home Studio, quartier generale degli Hookworms, e un album, che viene annullato completamente, costringendo la band a rifare tutto da capo.

La risposta è Microshift, con i ragazzi a ripulire i feedback e a porli sotto un fascio di luce a mantecare, a prendere aria. Le teorie psych/kraut/space (con annesse radici) vengono un po’ esacerbate, se non proprio tolte. Al loro posto, un giro dalle parti della forma canzone più canonica, seppur filtrata attraverso una lente oblunga e desaturata. Già dai primi due estratti, Negative Space e Static Resistance, si nota come le linee vocali siano state poste in una posizione privilegiata, e come un groove più cadenzato e coinciso pervada l’andazzo della almeno prima metà dell’LP, lasciando giusto qualche briciola alle divagazioni eteree cui i Nostri ci avevano abituati (giusto l’intro space-elettronico di opener, e la coda di Shortcomings, che chiude l’album). Diciamo che qui si fa un buon lavoro di cesura, ma ciò che resta non è poi tanto entusiasmante: c’è qualche curiosa incursione in territori dream pop (Each Time We Pass), una pillola ottantiana che pare uscita dai sogni bagnati di Alberto Camerini e che preserva un minimo quel senso di disagio e claustrofobia del vuoto alla Alien che trovavamo nei due precedenti, e che racconta in realtà l’incubo sommerso dell’Aire (Boxing Day, appunto), e subito dopo una ripresa da comfort zone totale, che spiattella qua e là tappeti ambient alla Eno con un sax esotico dalle parti di Sade che ogni tanto fa capolino qua e là.

Insomma, a questo punto viene da pensare che i Nostri abbiano raggiunto un compromesso piuttosto importante: hanno rinunciato alla propria crociera cosmica, alle campagne stellari, per rifugiarsi in un microspazio che forse li proteggerà da minacce esterne, calamità naturali ed eventuali contrattempi. Ma è pur vero, purtroppo, che gli Hookworms hanno cercato appigli più sicuri, rinunciando però a quella formula e a quelle atmosfere tendenti ad infinito che in fondo erano la cosa realmente intrigante della loro proposta. Un mezzo passo: falso o giusto, sta a voi deciderlo.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette