Recensioni

Sono in cinque e vengono dal profondo Nord dell’Inghilterra, questi psych-addicted che si nascondono dietro un anonimato mai come oggi demodé e rubano il nome a un parassita intestinale. E come il parassita intestinale prendono da dentro, facendoci soccombere nella loro psichedelia ora docile e soffusa, ora corposa e stordente, senza che si possa opporre nessun tipo di resistenza.
L’asse è quello della cara e vecchia psichedelia inglese rinvigorita sul finire degli ’80 e l’inizio dei ’90 da band come Loop o Spacemen 3. Dense manovre di chitarre lattiginose, reiterazioni Sixties a creare vortici di suono (il massacro di Brian Jonestown non è così lontano), melodie più o meno evidenti seppellite da feedback chitarristico come redivivi J&MC assurti a padrini spirituali, dilatazioni cosmiche sotto lo sguardo compiaciuto di Sonic Boom e una latente freakeria che farebbe la gioia di padre Julian Cope segnano un album che, impreziosito da tre strumentali a far da raccordo con lande ambient-rumorose, si mostra diretto, senza fronzoli e in grado di dire la sua senza perdersi in intellettualismi di sorta o spocchiose rivendicazioni di originalità.
Musica “stupefacente”, si sarà capito, per generazioni di psych-addicted stanche degli ultimi, sgonfi, Black Angels e pronti a farsi trascinare da un suono corposo e trascendente.
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