Recensioni

7.3

Se gli Hospitality fossero nati negli anni Novanta in Scozia, sarebbero stati i Belle & Sebastian: stessa leggerezza pop, stessa capacità di ritagliare melodie limpide e catchy con disarmante facilità, stessa intelligenza nel dare al contenuto una forma credibile, agile e coerente con le aspirazioni. E invece Amber Papini (chitarra e voce), Brian Betancourt (basso percussioni) e il deus ex machina Nathan Michel (batteria, chitarre, tastiere e tutto il resto) arrivano dalla Brooklin del 2012 e di quel fiorire di creatività urbana spumeggiante che ultimamente è la big apple musicale più alternativa, permeano tutto il loro disco d’esordio.

Una buona scrittura (in gran parte, pare, merito della Papini), ma anche idee chiare dal punto di vista dei suoni, almeno a giudicare da uno Shane Stoneback (dietro al mixer, tra i tanti, anche per i Vampire Weekend) chiamato a produrre assieme al Michel già citato. Quello dei due è un matrimonio felice che lascia trasparire tutta la voglia di fare del gruppo: nel pop jazzy dell’iniziale Eighth Avenue ma anche in un singolo come Friends Of Friends che annusa l'accoppiata Clap Your Hands Say Yeah / Fiery Furnaces, tra una chitarra elettrica sfrangiata à la Wilco e certi ottoni ruffiani sullo sfondo; in una Julie che sembra rubata alla St. Vincent più lineare e romantica ma anche nelle distonie avant calcolate di The Right Profession. Poi ci sono i testi, veloci e “multiculturali” come impone il codice estetico della metropoli americana (in Betty Wang si canta If you leave New York / I don’t care, I don’t care / I will follow you back to Tokyo tra sei corde che riciclano gli anni 50 americani e coretti surf), a parlar di relazioni amicali e sentimentali in bilico tra uptown e downtown, riallacciate in qualche bar o magari interrotte sullo schermo di un Iphone (il video della già citata Friends Of Friends). 

Il linguaggio è quello di una band pienamente calata in una modernità stilistica multisfaccettata e trasversale, con una positività di fondo che trova la sua ragion d’essere nel condividere esperienze in un luogo in cui sentirsi cittadini del mondo è piuttosto facile. Mezz’ora di melodie gradevoli ma non banali, immediate ma non ripetitive, adolescenziali ma non immature, capaci di sorprendere anche dopo numerosi ascolti.

Buona parte della critica specializzata angloamericana parla del gruppo come di una scoperta entusiasmante: noi, per una volta, ci accodiamo volentieri consigliandovene l’ascolto.

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