Recensioni

6.8

Su YouTube c’è un video di Howe Gelb che è un hashtag emotivo, uno standard vero (almeno, io lo interpreto così), uno squarcio su un immaginario presunto. Il leader dei Giant Sand suona in una libreria indipendente, dalle parti di Big Sur e dedicata ad Henry Miller, un posto pieno di edizioni dimenticate, accogliente e incasinato. Qualche banconota appesa al soffitto, la cornice di scaffali disordinati e giusto lo spazio per il piano e un contrabbasso. Il musicista di Tucson improvvisa e sbaglia il giusto.

Dovrebbe essere sempre così il jazz: tra suggestioni, cliché e schegge impazzite, note à la Blue Moon (un altro campionato, per carità, ma pur sempre di classici si parla), il mood tranquillo di Chet Baker, Cole Porter o Billie Holiday, fotogrammi da qualche noir americano e tante altre piacevoli, inarrivabili e ben precise ovvietà. Seppur alle prese con il proprio repertorio, nell’esibizione in questione e in questo LP le vibrazioni sono le medesime rispetto a quelle dei numi tutelari, di chi ha plasmato e definito un genere, un’attitudine, un immaginario. Gelb voce e piano, (im)perfetto crooner e testimone – per noi, per i posteri, insomma, per chi vorrà – di questi brani bellissimi. Arrangiamenti tanto semplici quanto raffinati ed eleganti.

Registrato tra Amsterdam, New York e Tucson, epicentro della parabola dei Giant Sand, questo disco è un elogio, curatissimo, del disimpegno in chiave jazz. Le spazzole accarezzano la batteria di Andrew Collberg, mentre l’altro “scudiero” è il bassista Thoger Lund. Degna di nota l’alchimia, tanto manieristica quanto riuscita, del feat. con Lonna Kelley. È jazz essenziale: si parla – con molta ironia e sincerità – di poeti, di disgraziati, amori strampalati, irresponsabili e leggeri, possibilità svanite. Sono pezzi quasi recitati, sussurrati. Standard del futuro, si diceva, canzoni nuove ma che hanno già molto da raccontare, perché costruite sull’idea, profonda e consapevole che ha l’autore del genere.

Gelb gioca sporco e va sul sicuro: le canzoni del suo immaginario diventano veramente patrimonio comune. Terribily So non ha 60/70 anni, non è una cover di Hoagy Carmichael. È del 2016. «World Peace Declared», si canta, con una certa indolenza, in Impossible Thing, ed è pop puro per Gelb che prosegue «in search of the eternal spring»quasi fosse un furto da un pezzo di Sinatra. Classici per gli anni a venire.

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