• Mar
    01
    2019

Album

Island

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In assoluto i ricordi legati alla sua famosa hit, Take Me To Church, sono essenzialmente due: in primo luogo, l’incredibile video con Sergei Polunin diretto da David LaChapelle, di filata lo show di Victoria’s Secret dove il cantante compariva davanti alle gambe lunghe delle modelle più belle del mondo. Per il resto – mettiamoci pure una fugace comparsata a Sanremo – non è restato molto e da allora è passato un eterno lustro. Con Wasteland, Baby! Hozier riparte da dove aveva mollato, con la differenza dell’aver preso di cuore e di petto la strada dell’impegno. Forte del supporto ricevuto dalla comunità LGBT che ha eletto lui e il sopracitato singolo a colonna sonora, il cantautore irlandese vuol farsi sentire come voce di protesta, dichiarando fin dalle note stampa che il suo è un disco ispirato a influenzato dal clima politico contemporaneo. L’intento programmatico è chiaro fin dall’opening Nina Cried Power, già presente nell’EP omonimo del 2014, una “rebel song” che vede la partecipazione di Mavis Staples, e cita tra gli altri Nina Simone, Marvin Gaye, B.B. King e Curtis Mayfield, ergendoli a paradigmi della difesa dei diritti umani e a simboli per la lotta all’equità.

«Power has been cried by those stronger than me / Straight into the face that tells you to / Rattle your chains if you love being free» canta Hozier, che prova ad ergersi ad angelo custode delle battaglie di bianchi e soprattutto di neri. C’è un po’ di furbizia in tutto ciò? Il dubbio viene, ma poi il disco scansa la questione e da Almost (Sweet Music) in avanti parla di ciò che «muove il sole e tutte le altre stelle», parla di amore in sostanza, e ancora di amore. E lo fa quasi sempre con fare pretestuoso. Shirke fa eccezione: qui Hozier mostra la sua parte migliore, si lascia andare, mentre gli arpeggi leggeri di una chitarra lo mettono a nudo, amplificando le sfaccettature folk e cantautorali dell’arrangiamento. Altrove – Would That I – dove la magniloquenza della grancassa si prende la scena – vien da pensare ai Mumford & Sons e a quanto di artificiale si possa produrre con questo tipo di approccio. Quando ci si muove su terreni diversi, la produzione è ancora più plastificata e sconclusionata: Be, che si presenta come ballatona r&b, si perde nel momento in cui viene affogata da un’incetta di cori e trasformata in un pezzo pop e dinamico al quale si aggiunge una chitarra elettrica senza alcun motivo apparente. Anche l’inserimento di influenze gospel – che infestano il disco – sembra sempre appiccicato senza un contesto, un’idea servile al tentativo di creare uno spessore emotivo che purtroppo manca.

Rimane fedele a sé stesso, Hozier, nella scelta di un patchwork sonoro che guarda metà alla black music e per metà alle sue radici folk irlandesi, intriso di una patinatura pop, nel tentativo di guadagnarsi le classifiche mondiali, ancora una volta. Peccato che rappresenti una brutta copia di Michael Kiwanuka mescolato a George Ezra aggiornato a un sound da classifica in zona Kaleo. In Wasteland, Baby! manca anche la Take Me To Church del caso, e quella voce potente che lo abita nella sua lunga – lunghissima – oretta scarsa non è che il classico bel vestito sotto il quale…

4 Marzo 2019
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