Recensioni

Leggendo il nome degli Hum è impossibile non ricordarsi della bellissima Stars, il loro singolo di maggior successo nonché quello capace di distillare nel modo migliore la quintessenza del loro sound: giri indie rock ispirati, chitarre potentissime e ariosità shoegaze. Il brano faceva parte del album più riuscito della band, You’d Prefer An Astronaut del 1995, che la includeva autorevolmente nel calderone post-grunge ma, dopo il successivo Downward Is Heavenward, che la mostrava ancora in piena salute, la formazione scomparve dai radar salvo ritornare oggi, a 22 anni di distanza.
Con Inlet il quartetto dell’Illinois riprende da dove aveva lasciato, rispolverando – riattualizzazioni – gli ingredienti che lo hanno reso noto. Certo, un po’ di smalto si è perso negli anni, eppure il tiro è più che buono e la direzione ben salda. Le influenze anni ’90 danno un fascino particolare a queste tracce che srotolano amabilmente zuccherosi giri affogati nella distorsione come se non ci fosse un domani: la potente Waves si tuffa con un carpiato perfetto nella piscina dei My Bloody Valentine e Folding affonda con un particolare retrogusto à la Wire delle uscite più recenti; mentre In the Den e Step Into You lasciano emergere le tipiche tensioni post core della band. Poco più dietro, Desert Rambler e la sincopata Cloud City sono impastate di una pur dignitosa poetica post-grunge e The Summoning si immerge in un magma stoner. Chiude Shapeshifter, che, seppur distante dalla bellezza di Stars, si profila come nuovo singolo ideale, aprendo il cuore in otto minuti di melodia dalla grana grossa à la Dinosaur Jr. sospesa dentro spazi siderali.
Un ritorno inatteso ma gradito che, senza offrire il fianco a riflessioni nostalgiche, mostra una band ancora capace di piazzare un disco nel complesso interessante e dal suono deciso. Un lavoro che ha anche il pregio per nulla marginale di mostrare una poetica discreta ma alquanto riconoscibile. Bentornati.
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