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Mentre gli Exploited cercavano di dire che il punk non era morto rifriggendone gli stilemi più consueti, il genere si era già dimostrato ben più che vivo: le sperimentazioni degli Wire, le jam dei Radio Birdman, il virtuosismo nascosto dei Dead Kennedys, il ponte tra ’60s e new wave degli Stranglers, l’immersione in un calore blues sudista e stralunato dei Gun Club, la versione da midwest rurale cristiano venato di free jazz dei Violent Femmes e il terzomondismo eclettico dei Clash lo avevano spinto oltre quei limiti che, benché al centro stesso della poetica, rischiavano di decretarne la fine prematura. Perfino la sua versione più estrema, l’hardcore, mentre iniziava la sua opera di costruzione della scena e del circuito indie, mostrava la stessa spinta a forzare confini e contenuti.

In questo senso, quando arrivano a fare Zen Arcade, Bob Mould, Grant Hart e Greg Norton si erano già fatti notare avendo da una parte scaldato i motori secondo i canoni con l’esordio Everything Falls Apart e con il live Land Speed Record (le cui 17 canzoni in 26 minuti superavano, come media, le 33 in un’ora dei Ramones), dall’altra già in questi primi vagiti non solo dimostravano di non farsi problemi a recuperare qualcosa dei ’60, ma suggerivano la loro strada futura coi temi nuovi introdotti nel mini Metal Circus (oltre a mostrare un’altra classe e una scrittura di lega superiore).

Affilate le armi, quell’embrionale dialettica tra canoni e novità trova – in questo inaudito, per il genere, doppio concept – respiro da capolavoro.

Da una parte, infatti, si ossequia la poetica osservata finora: sotto una copertina che è livido quadro di desolazione suburbana, i tre registrano praticamente tutto alla prima, continuano a non farsi pregare quanto a violenza e lo-fi (Pride, Beyond The Threshold, fino al martello di What’s Goin’ On, col titolo da VU del terzo e suono da White Light / White Heat), e perfino il punk-pop da annali di Pink Turns To Blue viaggia a rotta di collo. Insomma, come testimonia anche la nomea di “uno dei dischi peggio registrati della storia del rock” nell’hardcore ci siamo in pieno, benché rispetto agli esordi le penne siano cresciute portando il genere all’eccellenza (Something I Learned Today, Somewhere, Whatever).

Dall’altra, però, così come la copertina in realtà è a pastello, questa violenza accoglie con naturalezza in scaletta intermezzi di piano (One Step At A Time) e confessioni folk (la gemma Never Talking To You Again), psichedelia assordata (Hare Krsna) e divagazioni space che riportano nel punk quell’Hendrix che sembrava distante anni luce (i tredici minuti finali di Reoccurring Dreams, anticipati da un frammento dello stesso pezzo mandato al contrario e intitolato appunto Dreams Reoccurring), come giurassicamente distante sembrava l’idea del concept, che qui invece viene utile per raccontare un viaggio senza arrivo o redenzione.

Il nuovo paradigma del periodo è infatti lo spaesamento, che nell’accostamento del titolo tra lo Zen e la parola con cui negli USA si indicano i videogames già spiega le difficoltà e gli strani termini di una rivolta che non può essere più quella del punk classico, ma che rischia lo stallo anche nei termini di ribellione interiore (vedi gli accordi circolari di Chartered Trips).

E dunque “Divina Commedia del punk” (definizione di uno Scaruffi particolarmente felice), che come tale è senza l’apoteosi finale dantesca, anzi con una pesante aria di no future; ma anche un’opera che, come il grande poema, ha saputo cogliere quanto aveva intorno e sublimarlo in forme nuove, da lì in avanti modello (da questo “mettere l’accento più sul core che sull’hard“, per dirla col gruppo, ebbe origine quel filone emocore tanto ricco negli anni d’oro quanto immancabilmente liofilizzato per le classifiche più tardi).

Non sarà un fuoco di paglia: il disco inaugura un periodo eccezionalmente fecondo (altri quattro album nei soli tre anni successivi, con pochissimi passi incerti e con la chiusura col botto di Warehouse: Songs and Stories) prima che il trio si sciolga tra eroina e conflitti d’ego, mentre tanti intorno stavano già prendendo appunti sia sullo stile chitarristico di Mould che sul modo di coniugare melodia e rumore.

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