• mag
    16
    1990

Classic

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Nel 1989 Ice Cube è sulla proverbiale cresta dell’onda, forte di una popolarità in costante ascesa grazie al successo del primo e più grande capolavoro N.W.A. Straight Outta Compton: la forza maggiore alla base del disco, oltre al talento produttivo di Dre, è proprio Cube; la sua penna è infatti dietro alle strofe dello stesso Dre e di Eazy-E, di cui scriverà anche le lyrics in Eazy-Duz-It (ma anche Boyz in da Hood era tutta roba sua), e il suo flow incendiario – insieme ad una violenza verbale e fortemente politicizzata mai edulcorata – lo rende un credibile corrispettivo di Chuck D (ma ci torneremo) sulla costa Ovest.

Con il successo arrivano però anche i soldi, e secondo Cube quelli che effettivamente guadagna non si avvicinano minimamente a quanto gli spetta: la poco limpida condotta del manager del gruppo Jerry Heller porterà a varie beghe legali che culmineranno nell’abbandono degli NWA, tra polemiche ed accuse reciproche con gli altri membri. Al netto delle successive riappacificazioni, va anche detto che l’enorme numero di dissing relativi che fioriranno poi non fu iniziato da Cube, che anzi nel suo esordio solista si comportò da vero signore; gli attacchi ai suoi danni arriveranno semmai dai risentiti ex-compagni in 100 Miles and Running, cui il rapper risponderà con il doppio dell’acredine nella cattivissima No Vaseline (che gli costerà anche qualche accusa di antisemitismo dati i non troppo leggeri riferimenti alle origini ebree di Heller).

AmeriKKKa’s Most Wanted è comunque l’esordio che ti aspetti da parte dell’Ice Cube sentito in SOC, un MC tecnicamente clamoroso e mai a freno, sia liricamente che tematicamente: le rivendicazioni razziali e l’apologia black ovviamente radicate nel tessuto più profondo del mondo Hip Hop sono nel suo caso talmente estremizzate e violente da sfociare in un razzismo al contrario, dove una sana ed orgogliosa black proudness degenera in un odio verso i bianchi e i “falsi” neri. Proprio quest’ultima figura è quella più attaccata; da uno che appena un anno prima si beccava una diffida ufficiale dall’FBI perché urlava «when I’m finished, it’s gonna be a bloodbath of cops, dying in LA», certe cose te le aspetti, ma qui gli occhi di Cube si voltano anche verso il mainstream falsamente afroamericano: la sua invettiva si rivolge agli Oreo cookies, i falsi nigga che – come i biscotti neri fuori ma bianchi dentro – si rendono potabili per i whites; parliamo di figure odiose per chi nell’odio razziale è immerso da sempre, di cui un corrispettivo a livello “pop” (stringiamo al massimo perché non è questa la sede) potrebbe essere lo Stephen interpretato da Samuel L. Jasckson nel Django Unchained di Tarantino. Cube al solito non le manda a dire, fa nomi e cognomi e dice chiaro e tondo perché e per come gli facciano così schifo: Arsenio Hall e il sold-ass MC Hammer su tutti, dissati in The Nigga Ya Love to Hate e soprattutto Turn Off the Radio.

Non di sola invettiva razziale vive però la penna di Cube, che si dimostra ancora una volta versatile e molto più acuta di quanto un facile e veloce inscatolamento negli stereotipi gangsta potrebbe lasciar pensare: dopo una polemica auto-apologia per smarcarsi dal successo rivendicando la sua street credibility in What They Hiitin’ Foe?, si spazia tra storytellings più o meno squallidi di gravidanze inattese (Once Upon a Time in the Projects, dove Cube torna su uno dei temi da sempre a lui più cari – l’utilizzo del preservativo per prevenire sorprese indesiderate), riflessioni sulle ipocrisie sociali (Who’s the Mack?) e un brano che da solo merita una più approfondita riflessione: parliamo di It’s a Man’s World, ovvero uno dei call & response più belli della storia hip hop. Il feat. presente è di Yo-Yo, rapper donna e protégé di Cube per tanti anni; le collaborazioni tra i due proseguiranno con You Can’t Play with My Yo-Yo e Bonnie & Clyde, ma è sicuramente quella contenuta in questo disco la più significativa. Parliamo di un contesto storico e musicale dove la mercificazione della donna era centrale e senza spiragli: nel gangsta rap di fine 80s (ma la situazione non cambierà più di tanto in seguito) le women sono solo bitches, culi ambulanti da schiaffeggiare e praticamente nient’altro. Lo stesso Cube rappa di poterle frequentare al massimo per un ora al giorno, probabilmente per prendere il tè assieme. In It’s a Man’s World però (e già il titolo, che cita James Brown, è indicativo) Yo-Yo si prende la scena ed è semplicemente cattivissima: sbeffeggia Cube perculandolo per il suo pisellino, ricorda a tutti i rapper che senza le donne avrebbero per migliori amiche solo le proprie mani, e infine ricorda che  «if I don’t look good, you don’t look good». Niente di rivoluzionario per il genere, sia chiaro, ma un riuscitissimo e piacevole episodio che muove anche qualche ombra sulle (legittime) accuse di misoginia da sempre mosse a Cube.

A livello di producers, “mollati” Yella e Dre (che pure – come ha recentemente raccontato lo stesso Jackson – avrebbe dovuto/voluto, ma non ha potuto, partecipare al disco) Ice Cube continua a trattarsi bene: le basi sono qui tutte firmate dalla Bomb Squad, ovvero il mega-team produttivo alle spalle dei Public Enemy di cui faceva parte lo stesso Chuck D – che infatti compare con una strofa tutta sua, ma poco dopo arriverà anche il compagnone orologiaio di sempre Flavor Flav. I riferimenti ai PE come prevedibile sono copiosi e sparsi lungo tutto l’album: il mitico Herb, l’evanescente personaggio protagonista della fallimentare campagna pubblicitaria di Burger King del 1985 già citato nell’iconica «word to Herb» in Don’t Believe the Hype  ritorna nella title track («in Word, but who the fuck is Herb?»), a Louder Than a Bomb è ripresa in The Nigga Ya Love to Hate, ma curiosamente a livello di sample l’auto-citazionismo si ferma; il parco-campionamenti pesca infatti dal consueto armamentario radical funk  & soul con George Clinton (quindi Parliament + Funkadelic), Kool & the Gang, il già detto James Brown, Curtis Mayfield, Marvin Gaye, Sly e famiglia, oltre che dallo stesso Ice Cube e dagli NWA (Fuck da Police, Straight Outta Compton, Gangsta Gangsta) e perfino dalla spoken poetry dei The Last Poets, la cui Run, Nigger è ripresa nella title track.

L’esordio di Cube è il primo capolavoro della diaspora post-NWA ed uno dei massimi risultati del gangsta rap della West Coast (per parlare di G-funk bisognerà aspettare ancora un paio d’anni con The Chronic di Dre): esattamente quello che è lecito aspettarsi dal debutto del più talentuoso MC (sia tecnicamente, sia a livello di scrittura) del collettivo che da solo ha iniziato un mondo.

3 aprile 2017
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