Recensioni

Malgrado una carriera quasi ventennale, Jeff Martin ancora non ha il riconoscimento di cui dovrebbe godere. Perché è vero che si tratta dell’ennesimo songwriter – un californiano di studi classici nascosto dietro uno tra i più quieti stati dell’unione – a elogiare la lentezza, pure resta degno di interesse uno stile personale anche a fronte di evidenti somiglianze con Mark Eitzel (però meno sofferto e drammatico) e ai meno esangui Red House Painters (in ogni caso degli Idaho pressoché coevi). Come che sia, Jeff pare contento del riconoscimento puramente underground garantito da una decina di apprezzabili dischi giocati tra passi rallentati e chitarre meste (eccezione il più muscolare Three Sheets To The Wind del ’98), echi di Neil Young e ballate pianistiche raccolte senza disperazione.
Malinconia di fine estate che scalda cuore e mente tramite canzoni da camera e cameretta che occasionalmente escono a dare un’occhiata al mondo e che all’appello mancavano da The Lone Gunman, primo frutto del contratto con la Talitres risalente a sei anni fa. Nulla di cambiato frattanto, se non che maturità e classicismo raffinano viepiù uno slow core romantico e avvolgente da artigiano colmo di classe e gusto. Ti scopri a farlo girare più volte, a lodarne la compattezza d’insieme e centellinare l’acidula title-track, gli acquerelli The Happiest Girl, Reminder e Flames, la raffinatezza dolente di Weigh It Down e quella invece briosa in Waited For You o Up The Hill, l’intimismo che sorregge The Setting Sun. Da tenere a portata di mano.
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