• Apr
    30
    2013

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Fat Possum

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Il rock’n’roll sembra soffrire di una forma virulenta di dinosaurite acuta. Il fenomeno, se ci pensate, è inedito. Il rock è infatti una forma espressiva ancora giovane che per la prima volta si trova alle prese con l’estrema maturità – eufemismo per vecchiaia – della leva di artisti che lo hanno reso grande. I quali ultimamente si stanno dando parecchio da fare. Occorre aggiungere che questi frutti tardivi sembrano più buoni e genuini di quelli mediani, ovvero di quei manufatti che – a cavallo tra 80s e 90s – inseguivano l’attualità correndo da fermo sul piedistallo di una mitologia catodicamente imbalsamata. Seppure con diversi gradi di coinvolgimento, non si salvò praticamente nessuno: Dylan, McCartney, Lou Reed, Neil Young, Bowie… Ebbene sì, persino Iggy Pop ha pagato pegno.

Venendo all’oggi tuttavia, e considerata la dispersione del concetto di “attualità” come conseguenza della simultaneità/accessibilità dello scibile rock, ecco che i vetusti pionieri del rock tornano a sentirsi liberi di recuperare la propria calligrafia senza altri condizionamenti se non quelli dell’estro residuo. Insomma, fanno la loro cosa senza menarsela troppo, o almeno se la menano sì ma con baldanzosa e talora sprezzante disinvoltura. Con più sostanza e meno pose, o comunque pose sì ma sostanziose, in ogni caso corroborate dalle sostanziose ferite del tempo. Insomma. Avete presente il gioco di specchi infranti dell’ultimo Duca Bianco? Quella sua strana, indefinibile genuinità? Ecco, a quello mi riferisco. E, a proposito di compagni di merende berlinesi, ecco tornare sulla scena l’icona iguanesca coi suoi Stooges, sei anni dopo il tutto sommato apprezzabile The Weirdness (ma ad esser precisi questo Ready To Die è il primo lavoro targato Iggy & The Stooges dai tempi di Raw Power) e a quattro dalla morte del membro fondatore Ron Asheton, rimpiazzato peraltro dal redivivo James Williamson.

Risultato: l’ultrasessuagenario James Newell Osterberg toglie dalla naftalina il piglio stradaiolo e sculetta con la ben nota grazia animalesca tra glam tignosi (Dirty Deal, Gun), gonzismo sardonico (Sex Money, DD’s) e tensione macinata grossa (Burn, la title track). Mike Watt al basso e Scott Asheton ai tamburi pestano con zelo mentre Mackay fa starnazzare il sax con impudenza urticante di livello iconografico: tutto gira rombando e sputazzando nevrosi sbruffone e mestiere non a gratis. Si aggiunga al menu l’impegno ingrugnito di Job e soprattutto le frequenze malinconiche delle due ballad (Unfriendly World e The Departed), tanto per pagare il giusto pegno all’anagrafe e allo spirito, ed ecco servito il fiero pasto. Non sarà bistecca, ma non è neppure un brodino.

29 Aprile 2013
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