• Apr
    21
    2014

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Virgin

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Iggy Azalea ha occhi blu, biondi capelli e sì, non è proprio roba nuova. Ha un passato pietoso, ma ci sta lavorando su. Retroterra: due mixtapes, un EP – Glory – e ora, ecco, il primo disco, The New Classic, che appena uscito è stato stroncato dalla critica. È forte nel titolo, nello stile del flow, è trap, insomma, southern hip-hop. Il messaggio passa efficace e si ascolta senza fraintendimenti in strofe come questa: You can’t break my heart / You can’t take my pride / Oh no, that love shit, I won’t do itThe Invisible Men e The Arcade producono massivamente la maggior parte del corpo-tracce: il suono è elettronico e malinconico, ripiegato su di sé, ma scalpitante. È una combinazione perfetta e il flusso-rap di Iggy Azalea ci sguazza senza affanno, anzi con personalità. Per il resto, The New Classic esce su Island e chiarisce un paio di questioni.

Il contenuto è bipartito e la polarizzazione è vasta. Una sezione consistente segna luoghi-comuni trap – il mito del more money – more problems, a cui non crede più nessuno -, sciorinati a memoria su beat impeccabili: Mastermind di Rick Ross, a confronto, scompare; nella sezione seconda, Azalea stringe i denti e il mic, e scrive sul serio barriere a tema esistenziale, tipo: sono? Faccio? Farò? Voglio? The New Classic prende la piega del disco personale, sentito e necessario, seppur di transizione. Culmina sul personale con Just Askin’, ipotetica conversazione con l’ex-ragazzo, A$AP Rocky, che si ascolta in simpatia, pur oltrepassandola senza pensarci su troppo. Iggy non cerca vendetta, la sua è una rivalsa rispetto a un passato da genio incompreso, più una questione personale che artistica. Questa la cifra di tutto il discorso: non si parla di musica, si parla di lei, Iggy Azalea, una ragazza che sembra aver capito piuttosto bene i meccanismi mainstream.

Patire la propria condizione accresce la simpatia. E’ un vecchio classico e alimenta le speranze di tutte coloro che sul globo terrestre sognano di arrivare a condividere un mic con T.I.. Dunque, lei sedicenne, senza soldi, a Miami, da sola, che sbanca, funziona ed ha una propria funzione. Di lì la storia dei soldi e dell’oro in abbondanza e lei che (purtroppo sono parole sue) può “fare compere ogni giorno“. Sono banalità, con cui la Nostra si auto-flagella, perché chi la prenderebbe sul serio dopo due-tre strofe del genere? È tutta spazzatura di contorno necessaria, però, perché il fulcro non è questo. Biograficamente Iggy Azalea a chi interessa? Fondoschiena a parte, non di certo agli ammiratori/ammiratrici (e lo dice lei) che ambiscono solo a palparla, quando si getta dal palco; né alla critica, che con la sua presunta stravaganza ci combina ben poco, quasi nulla, se non una copertina stile Penthouse. Per questo e molto altro, la chiave di lettura del disco è un’altra: l’esibizione costante di disinteresse da parte di Iggy nei confronti del  (relativamente) poco successo di pubblico che la sua musica raccoglie. Lei si dice scettica, di sapere di valere, perciò “fanculo chi non mi comprende“. Ma Iggy Azalea è una megalomane, lo è per davvero. Senza pose, crede esattamente nell’opposto di quel che dice, affamata di notorietà, consapevole che nulla è impossibile e altre amenità del genere da parvenu.

La contraddizione di Iggy è che disprezza costantemente/palesemente chi la odia e allo stesso tempo confessa saltuariamente/silenziosamente il suo desiderio che queste persone (e che il mondo tutto) si prostrino ai suoi piedi. Azalea, in overdose da fama, chiede tempo e pietà e ci muore incredula, che il mondo chieda più MCs donne e non sostenga lei, l’unica e sola. Iggy si auto-proclama divinità del rap mondiale-universale femminile in Goddess, su prod. superba di The Invisible Men e The Arcade, ma è un gesto disperato, per prendersi tutto-subito, di prepotenza. Work svela la trama sottaciuta, su produzione di 1st Down e The Invisible Men. Si passa dai versi “this that new classic, ain’t this what annotate you needed I’m what amazing look like, you’ll recognize it when you see it” di Walk The Line ad una Azalea che torna indietro, ridimensiona e corregge il tiro.

Iggy vuole andare oltre, è il suo momento. Non ci crede nessuno, forse nemmeno il suo mentore T.I.. La storia reggerà a patto che il prossimo disco sia un My Beautiful Dark Twisted Fantasy. Il prossimo album sarà il vero nodo della questione, e fino alla sua pubblicazione The New Classic rimarrà panacea. In caso contrario, Azalea resterà intrappolata nella propria costruzione ideologica, gravitante attorno al principio valoriale: buono è chi mi ama e cattivo chi mi odia. Un’esasperazione da misantropia narcisista.

Tutto questo per arrivare a dire che il “nuovo classico” in realtà non è questo, ma quello dietro l’angolo, che sta per arrivare e che prima o poi Iggy Azalea butterà fuori dalla sua testa, si spera. Per il momento ascoltate The New Classic e dite in giro che è un bel disco, altrimenti lei potrebbe non sopportarlo. O meglio, fate quel che vi pare.

9 Maggio 2014
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