Recensioni

7.3

Grazie anche ai buoni uffici di Josh Homme, il buon Post Pop Depression del 2016 vedeva Iggy affrontare i propri fantasmi senza timori, rocker d’istinto e di razza che non si curava di nascondere i segni del tempo (non sul corpo né sulla cifra espressiva), dimostrandosi perfettamente in grado di ripercorrere le tracce di un passato tra i più segnanti della storia del rock, tanto che molti brani di quell’album hanno poi finito per affiancare nei live i capisaldi storici (periodo “berlinese” in primis) senza perderci troppo nel confronto.

Tre anni più tardi, da quegli stessi fantasmi James Osterberg sembra essersi liberato: ed ecco Free, album concepito assieme al trombettista jazz Leron Thomas e alla chitarrista e “scultrice sonora” Noveller (al secolo Sarah Lipstate). Titolo che appunto dice molto, non solo riguardo alla disinvoltura con cui le dieci tracce in programma svariano (da spoken word in immersione wave-ambient a rumbe ghignanti passando da ballate marziali e latinerie nevrasteniche), quanto per come Iggy dimostra di saper cogliere il cuore di ogni pezzo, evidenziando una duttilità che non paga pegno al mestiere e sembra anzi nascere da una convinzione assoluta, da una bel mix tra sicurezza nei propri mezzi e serenità riguardo agli obiettivi, dribblando oltretutto qualsiasi pressione estetica più o meno modaiola. 

A pensarci bene, uno dei problemi nella discografia dell’Iguana va individuato nella strisciante (e talora eclatante) smania di rivelarsi all’altezza del repertorio precedente e della propria stessa fama, anche rispetto alle istanze formali di volta in volta in voga. Da New Values in avanti, si trattasse dei lavori più fortunati (un American Caesar, un Brick By Brick o un Avenue B) o persino delle escursioni crooneristiche (Préliminaires e Après), potevi avvertire il nervo della competizione sfrigolare contro la versione mitizzata di sé, un attrito in qualche modo correlato alla “insicurezza cronica” cui lo stesso Iggy fa riferimento nelle note stampa che introducono questo nuovo lavoro. Un vero e proprio fantasma – vedi sopra – che a quanto pare stavolta il Nostro ha saputo lasciarsi alle spalle, come Free in effetti sembra dimostrare.

Giunto alla terza (quarta? Quinta? Facile perdere il conto in casi del genere) giovinezza artistica, l’ultimo Iggy Pop sembra quindi finalmente (!) maturo, perciò si affida senza remore a due giovani – 30 anni per la Lipstate, 40 per Thomas – compagni di viaggio per la composizione e le tessiture sonore, quindi si impadronisce dei pezzi, vi appone il timbro della sua voce cavernosa e scellerata, quella tipica sfrontatezza melmosa e problematica come un distillato di stadi successivi di perdizione e saggezza. Rende insomma queste canzoni le sue canzoni, le indossa come un abito a tratti insolito eppure sempre adeguato, giusto, vero

La title track è una breve, atmosferica dichiarazione d’intenti nonché l’apertura del sigillo, uno spoken assorto e lapidario («I wanna be free») tra pennellate sintetiche caliginose e una tromba che insegue fatamorgane che rimandano all’ultimo Davis. Come già accennato, quel che segue è una sorprendente oscillazione stilistica, breve (poco più di mezz’ora) ma densa e sempre a fuoco, dal crescendo magmatico di Love Missing – che sembra quasi porsi in continuità con le atmosfere di Post Pop Depression – al croonerismo abbacinato di Page, passando per la scorribanda mariachi di Dirty Sanchez e per gli ammiccamenti sardonici pseudo-mambo di James Bond. A questa vocazione tutto sommato canzonettistica si affianca un afflato di ricerca che conduce alle intriganti frammentazioni latin-jazz di Sonali (dagli esiti vagamente Tortoise) e soprattutto a quella Glow In The Dark che vede Iggy aggirarsi vampiresco tra stanze inacidite sulle cui pareti synth, chitarra e tromba s’impegnano a pennellare rabbrividenti allucinazioni (rumoristiche e cinematiche). 

La scelta di posizionare in chiusura tre pezzi spoken word sembra quasi voler stabilire un’intesa con l’ascoltatore, del tipo: “ok, l’album di canzoni di Iggy Pop è terminato, se vuoi da qui in avanti puoi evitare”. Ma non viene affatto voglia di skippare, anzi, perché anche in queste ultime tracce prevale un senso palpabile di fragranza: l’Iguana sa bene come evitare la trappola di certo intellettualismo posticcio e poseur, quindi snocciola una We Are The People che colpisce allo stomaco con la sua contro-epica dedicata ai diseredati di tutto il mondo (il testo è un inedito di Lou Reed donato a Iggy da Laurie Anderson), poi una Do Not Go Gentle Into That Good Night che sembra esalare dalla tomba batterica del quieto vivere, infine quella The Dawn (unica traccia in cui non compare la tromba) attraversata da una tensione ai limiti dello spettrale. Il finale pare ricongiungersi ad anello con l’inizio, una strana specie di alba che diventa libertà scontando diversi gradi di crepuscolo. 

Free è un disco suggestivo, tanto conciso quanto ispirato, libero – appunto – dalla necessità di dimostrare, bisognoso solo (solo?) di dare forma a ciò che nel qui e ora Iggy ha sentito di dover esprimere, mutando pelle come se fosse il modo più efficace (e naturale) per rimanere pienamente se stesso. 

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