Recensioni

8.4

Se per i media il punk inizia nel ’77, in realtà protagonisti e padrini avevano cominciato già a lavorare da un po’: i Ramones avevano confezionato e recapitato in UK il pacco-bomba che avrebbe dato il via a tutto, mentre il glam maleducato dei New York Dolls aveva raccolto e trasmesso la lezione dei pionieri. Tra questi, il cantore del negativo Lou Reed viaggiava altrove jammando r’n’b tra la stupid music di R’n’R Heart e l’ansia di The Bells, mentre Bowie era già impegnato a tracciare la strada del post passando dalla stazione del funky americano a quella europea del kraut.

Il percorso vedeva come ulteriore stazione e insieme passeggero uno dei veri padrini del ’77, Iggy Pop, che il Duca aveva già salvato nel ’73 facendolo assumere dal suo management. E se quel salvataggio è tuttora oggetto di polemiche (il suo missaggio di Raw Power, per alcuni killer, per altri seminale), stavolta l’intervento è di quelli decisivi. Bowie infatti porta con sé l’ex-Stooges nel suo frenetico biennio ’76-’77 durante il quale fa un disco, un tour, va in Francia e in Germania a disintossicarsi dalla cocaina, fa altri due dischi suoi più due di Iggy, per i quali scrive le musiche, produce e suona. L’Iguana raccoglie l’input adeguandosi allo stakanovismo dell’amico e dando un contributo, anche sulla musica, più importante di quanto voglia una vox populi che parla di un disco più bowiano che suo.

Da un lato i boogie robotici e ondeggianti di Sister Midnight (riff di Alomar che Bowie rielaborerà per la Red Money di Lodger) e Nightclubbing, le chitarre frammentate e il tono decadente richiamano senza dubbio la coeva produzione del Duca (d’altronde luoghi di registrazione e mixaggio di questo e di Low sono in continuità); Funtime ha titolo e aria Stooges ma sembra Bowie che risuona White Light / White Heat. Ed è lui a ispirare i testi della litania malata di Dum Dum Boys (“dai, racconta la storia degli Stooges”) e del blues post-atomico di Mass Production (“parla della società industriale” – a uno che veniva da Detroit…), mentre Tiny Girls sembra la versione disillusa di Drive-In Saturday e l’idea di copertina del disco sarà riutilizzata per “Heroes”.

Dall’altra, però, c’è una sporcizia generale che rivela nuove vie di incanalare la furia disperata dell’ ex-band di Iggy Pop, come spiega bene la hit mancata (per il momento) China Girl, pop sgangherato e sublime, debosciato nella sguaiatezza impertinente e perfetta di una denuncia-avvertimento dell’imperialismo culturale intonata (più o meno…) tra amore e disperazione. E c’è anche la voce personale dell’Iguana, che inizia a definire qui l’altra faccia della sua carriera: quella che negli anni si affiancherà ai ritorni alla linea-Stooges trovando compimento nella maturazione autoriale di American Caesar (1993) e Avenue B (1999), prima della recente svolta da crooner (che qui ha un inizio con lo swing notturno di Baby).

Così, nell’anno in cui comincia a ricevere riconoscimenti, invece di capitalizzare il passato Pop si presenta già un passo avanti con una poetica di macchina meccanica ma vissuta e dolente (come un’altra reduce, la Faithfull di Broken English). Il salvataggio avrà una coda decisiva nell’83 quando Bowie inciderà una versione normalizzata e massimalista di China Girl, opera di un Nile Rodgers che scambia l’originale per un demo e trasforma il pezzo in una hit capace di trascinare Let’s Dance allo status di best-seller e salvare sia le casse del Duca che del nostro.

Iggy, uscito dall’ultima disintossicazione, avrà così i fondi per ripartire del tutto producendo il suo best-seller personale, l’opinabile ma fortunato Blah Blah Blah – anche questo in comunella con l’amico-ammiratore.

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