Recensioni

6.8

Al netto di un sound che affonda le radici nel Tevere e che gode di una brezza che soffia forte da coste roots, nella geografia musicale romana un gruppo come Il Muro del Canto è una di quelle realtà che con gli anni hanno saputo consolidarsi e rafforzarsi, maturare e rinvigorire, pur cambiando pochissimo. Questo Fiore de niente, terzo album in studio, rispetta a pieno titolo la ricetta della formazione guidata da Daniele Coccia: la tradizione folk popolare, le ritmiche irish, i rallentamenti blues, il tutto immerso nel dialetto capitolino.

Le novità non mancano, a cominciare da un lirismo a metà strada tra chansonnier e ruvide pieghe bluegrass. Fiore de niente è innanzitutto un grande omaggio alla canzone romana e la conferma di un gruppo fatto di abili narratori, stavolta ancora più contemporanei e con un approccio sempre più combattivo. Con una scrittura a metà strada tra neorealismo e disillusione, il disco si apre con Ciao Core, un’amara riflessione sull’esistenza, mentre Ginocchi rossi si concentra sul racconto di episodi di infanzia. L’ironia – a cominciare dal titolo – di L’anima de li mejo è una riflessione sulla morte, un brano cupo e malinconico che si illumina su ritmi sostenuti e una fisarmonica a dettare un incedere che vuole volgere lo sguardo in avanti. I tempi rallentano per toccare il tema della giustizia in Madonna delle Lame prima di ripartire ancora più serrati in una title track che, con il solito sarcasmo a desti stretti, sceglie di ripartire dai più deboli, invocando una reazione forte, decisa, collettiva. La ritualità di Domenica a pranzo da tu madre prende risvolti divertenti e disincantati, con una coda strumentale a sugellare il momento con un velo di malinconia, mentre l’amore ritorna, raro ma costante, in La neve su Roma, con un cantato anni Sessanta lento e onirico. Si torna a piedi uniti su tematiche sociali in Figli come noi, sugli abusi perpetrati dai rappresentanti delle forze dell’ordine. La cavalcata western Come tre, sulle difficoltà della vita, fa da preludio al finale affidato a Vivere alla grande, l’ultimo sguardo nostalgico rivolto al passato, a quello che si voleva essere e che invece si è diventati.

Messi da parte i paragoni degli inizi, Il Muro del Canto, pur essendo appena al terzo disco, suona sempre più come un punto di riferimento, qualcosa di molto definito e solido, una finestra per affacciarsi su Roma e provare a capire il Paese, mischiando l’alto e il basso come solo la nostra tradizione sa fare e supplendo la ripetizione della forma con un lucido e spietato racconto di quello che siamo diventati.

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