Film

Add to Flipboard Magazine.

Gli anni Novanta si dimostrarono un decennio molto proficuo per Walt Disney Pictures, tanto che l’allora capo della sezione cinematografica, Jeffrey Katzenberg, definì tale periodo un “rinascimento” per l’intera industria. Di fatto, dall’uscita de La Sirenetta nel 1989 fino al “canto del cigno” Tarzan del 1999, la casa di Topolino ottenne l’apprezzamento all’unanimità di critica e pubblico per quasi ogni film d’animazione che era uscito a cadenza annuale. E col passare del tempo anche quei progetti che nacquero sotto una stella sfavorevole si attaccarono alla memoria emotiva di chi poi ne aveva acquistato il VHS o si era appropriato del merchandising ufficiale. Se vogliamo invece analizzare il fenomeno da un punto di vista prettamente cinematografico, il merito di cotanto affetto deriva da uno schema narrativo e visivo che, proprio per la sua straordinaria capacità di presa sul grande pubblico, è stato ripetuto nell’arco di tutto il periodo. Ogni film ha nelle fondamenta gli stessi elementi, alcuni derivanti dai canoni della fiaba più antica ed altri da quelli della tradizione teatrale americana: la contaminazione col musical, una ricercata comicità slapstick, l’aiutante magico (un animale parlante o un oggetto animato), eroi ed eroine alle prese con amori difficili da realizzarsi o con una pesante eredità da raccogliere. E questa tendenza alla ripetizione e alla serializzazione (non dimentichiamoci che molti titoli ebbero anche un home video sequel) ha fatto sì che spiccasse la rivoluzione digitale di Toy Story (1995), per quanto espressione della collaterale Pixar Animation, e la complessa serietà shakespeariana de Il Re Leone (1994), per certi versi ancora insuperato nel mondo dell’animazione tradizionale.

Sebbene la Disney si trovi oggigiorno in un tragico periodo in cui il coraggio creativo sembra essere un’esclusiva per le opere della Pixar e per alcuni tra i prodotti cinematografici “acquisiti” (Marvel e LucasFilm), è davvero difficile comprendere i motivi per cui possa esistere un remake in animazione computerizzata e fotorealistica de Il Re Leone, soprattutto se a conti fatti risulta essere una pedissequa riproposizione shot-for-shot dell’originale. La narrazione è pressoché identica, con qualche aggiunta sporadica di sequenze di raccordo che nel film d’animazione erano state omesse per non appesantirne il ritmo e allungarne la durata a dimensione di “piccolo spettatore” (un esempio è quella in cui la cresciuta leonessa Nala cerca di non farsi vedere mentre scappa dalla Rupe dei Re conquistata da Scar). Quindi, di base, ciò che funzionava nella versione del 1994, con tutto quello che ne ha garantito la permanenza nella memoria collettiva, non può che funzionare in questo remake, variato solo dall’inevitabile nostalgia di coloro che in passato hanno consumato la versione casalinga o dalla “nuova” meraviglia di chi invece ne è spettatore per la prima volta. Basti vedere la sequenza iniziale contrappuntata dall’iconico brano Il Cerchio della Vita, ricreata con le stesse inquadrature, gli stessi punti di vista, gli stessi animali schierati e riverenti; anche la morte di Mufasa è stata copia-incollata per filo e per segno, con lo slow motion sul corpo che cade in mezzo alla mandria inferocita e la conseguente macchina da presa che si allontana dal disperato e urlante Simba.

Allora, per trovare un senso in un’operazione di questo tipo, diventa necessario guardare più alle differenze che alle similitudini. E queste divergenze dall’originale, che paradossalmente sono da considerarsi sia pregi che difetti, contendono la vera e scricchiolante natura del film di Jon Favreau, condannato nella sua assente autorialità e bloccato in una posizione intermedia tra il rispetto di un capolavoro e un obbligato aggiornamento dal fiato corto. Dietro una composizione visiva straordinaria, data da un iperrealismo che arriva a sfiorare l’impressione di realtà, si cela l’impossibilità di far combaciare alla perfezione il musical, la comicità e la metafora (la cosa più importante nell’animazione per il grande pubblico) con la severità di un corpo “pesante”, privo di antropomorfizzazione e reinvenzione; l’esempio più eclatante è l’arruolamento delle iene da parte di Scar che, nonostante un doppiaggio da applausi di Massimo Popolizio, ha perso inevitabilmente il riferimento giocoso alle dittature del Novecento. Così facendo, la riflessione critica e tecnologica che la Disney pensava di aver compiuto si rivela una gravosa sottrazione di significato, rendendo gli altri progetti simili maggiormente meritevoli di esistere: impossibile non citare l’oscurità de Il Libro della Giungla dello stesso Favreau, le aggiunte “femministe” di Aladdin di Guy Ritchie, la variazione sul tema de Il Ritorno di Mary Poppins o la rimodulazione autoriale di Dumbo di Tim Burton.

Ormai è chiaro che la cultura tritatutto del remake non potrà mai accontentare coloro che hanno un certo tipo di aspettative. Per questo motivo si consiglia di filtrare questi progetti attraverso due lenti, apprezzandone la capacità di avvicinare un testo “sacro” alle nuove generazioni o sperando che gli scontati incassi da capogiro vengano reinvestiti in qualcosa che già sulla carta potrebbe essere molto più audace e interessante.

24 Agosto 2019
Leggi tutto
Precedente
Young Thug – So Much Fun
Successivo
Rey Sapienz – Mushoro

Altre notizie suggerite