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Mostrandosi in tutta la sua maturità, A Sangue Freddo ricomincia (materialmente) da dove finiva Dell’Impero Delle Tenebre, portando comunque a compimento un ulteriore scarto lirico-produttivo.

Assodato l’impatto strumentale tecnicamente devastante, come si confà a una macchina da guerra rodata, a caratterizzare il comeback troviamo suoni levigati e ricercati, in apparenza più accessibili e meno ostici che, però, nulla tolgono al potenziale anthemico di un quartetto portentoso, a cui non dispiace nemmeno concedersi momenti altri; si veda la riscrittura in divenire offerta dai Bloody Beetroots in Direzioni Diverse. Le bombe da potenziale hit dell’underground comunque ci sono e si vestono di abiti diversi: spesso aggressive e brucianti come Due, Mai Dire Mai (slide jesuslizardiana e midtempo assassino), Il Terzo Mondo (batteria monstre e interplay da urlo); a volte diluite e poetiche, al limite del sognante come l’opener Io Ti Aspetto e È Colpa Mia; altre volte ancora, emotive e struggenti come La Vita È Breve o la conclusiva, devastante seduta psicanalitica a cuore aperto Die Zeit (ospiti Richard e Roberto Tiso e lo Zu Jacopo Battaglia).

Tutta visceralità e passione, sudore e coinvolgimento, con liriche che ci vanno di stomaco e un Capovilla ai massimi livelli: sputa sentenze e vomita bile giocando – lui ancora sì – direttamente o di sponda con uno spettro ampissimo della tradizione letteraria e musicale italiana e non, dal teatro-canzone di Gaber a Majakovskij (di cui si parafrasa All’amato se stesso…) e Pino Daniele, da Celentano a Battiato, dagli immancabili De André a Carmelo Bene e infilandoci in mezzo pure il Padre Nostro (nel pezzo omonimo) e il poeta nigeriano Ken Saro Wiwa.

Tagliando corto. Se di rock applicato alla canzone d’autore si leggeva un po’ ovunque in merito all’esordio, con A Sangue Freddo abbiamo il classic album italiano per il terzo millennio.

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