• Ott
    02
    2015

Album

La Tempesta Dischi

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Prima di avventurarci in questa recensione, abbiamo riascoltato ancora una volta tutta la discografia de Il Teatro degli orrori. Lo abbiamo fatto non soltanto per stabilire le coordinate di un percorso ormai giunto al quarto album, ma anche per cercare di capire dove risiedesse l’X Factor – passateci l’accostamento catodico, ardito ma meravigliosamente paradossale – di dischi come Dell’impero delle tenebre (ad oggi, capolavoro insuperato della band) e, in parte, di A sangue freddo. Quel groviglio di chitarre urticanti e recitato violento da stage diving che ha, nel tempo, marchiato uno stile per poi razionalizzarlo, non riuscendo tuttavia a farlo evolvere sempre con la giusta convinzione. In realtà, l’idea che ci siamo fatti è che la band di Capovilla, Favero, Valente e Mirai avrebbe forse potuto adagiarsi sugli “allori stilistici” del primo episodio replicandoli a oltranza – prova ne sono brani come Due, Padre Nostro (da A Sangue Freddo) o Io cerco te (da Il mondo nuovo), portatori della stessa veemenza noise di una Compagna Teresa dell’esordio – e invece ha cercato virtuosamente di sommare nuovi ingredienti alla ricetta iniziale, pur non riuscendo a sfornare sempre la classica ciambella col buco.

Quello che è evidente, in questo quarto, omonimo disco, è una certa voglia di rinascita (a cominciare dal titolo del lavoro), dopo la prova un po’ appannata del terzo album. A tre anni da Il mondo nuovo e a uno dal primo episodio solista di Pierpaolo Capovilla (un Obtorto Collo che deve aver sturato e appianato parecchie aspirazioni del frontman della band), la formazione riparte da zero (o quasi), in virtù anche di una line up che nel frattempo si è evoluta con l’ingresso di Kole Laca (synth) e Marcello Batelli (chitarra). Ne guadagna soprattutto il suono, che se da un lato non sorprende nonostante i nuovi innesti, pur mostrando maggiore spessore e qualche colore inedito portato in dote dai sintetizzatori, dall’altro può vantare coesione, convinzione e una certa vitalità. Il trittico iniziale costituito da Disinteressati e indifferenti, Lavorare stanca, La paura è una bella botta di adrenalina, ma anche l’intrigante call & response di chitarra in Bellissima parla di una formazione in palla.

I brani funzionano soprattutto quando i testi di Capovilla lavorano di sbieco sulla musica, quando cioè si fanno sarcastici e ironici, lucidi e fautori di una concretezza col dono della sintesi, evitando quindi un didascalismo un po’ riflessione politica/sociologica non troppo tagliente, un po’ stream of consciousness da lettino dell’analista; quando questo non succede, si arriva a parentesi verbose e articolate come Cazzotti e suppliche, Genova, Una giornata al sole, meno efficaci nello scolpire un immaginario che a nostro parere avrebbe invece bisogno di analisi e di manifesto poetico, e non di elaborazione lineare. Una buona sintesi è Il lungo sonno (lettera aperta al Partito Democratico), tentativo sui generis ma fondamentalmente riuscito di riflettere sulle derive politiche di una sinistra – e di un elettorato, e di un paese – renzianamente sempre più di destra.

Successo, fallimento o disco di transizione? A dire il vero Il teatro degli orrori non è esattamente un proiettile sparato da un cecchino e nemmeno un knock-out istantaneo; cresce sulla distanza, si fa apprezzare per una buona creatività nelle geometrie, pur mostrando anche qualche punto debole. Detto questo, ci pare comunque un passo avanti nella giusta direzione.

6 Ottobre 2015
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