Recensioni

Sara Tudzin sa decisamente il fatto suo. Dopo una lunga militanza dietro le quinte, in qualità di sound engineer al servizio di nomi del calibro di Slowdive, Porches, !!!, Lower Dens e Macklemore, ha confezionato il suo debutto fulminante, che risponde al nome nonsense di Illuminati Hotties. Kiss Yr Frenemies è un album effortless, che non fa mistero di voler emanare puro e semplice indie-pop o alt-rock nella forma più soft che riuscite ad immaginare, con impennate di giocosità spicciola, tutta baci e pernacchie, e qualche timido ripiegamento intimista e contemplativo, a regalare ballate e sussurri che scivolano lievi, in ottemperanza al mood complessivo del disco. Divertimento è la parola d’ordine, senza rinunciare a standard altissimi nella scelta di suoni e atmosfere. Ma anche tenerezza, innocenza a tavolino e pose lo-fi. Quindi humour. Quindi destrezza stilistica.
Alcuni episodi si caratterizzano per un’accentuata faciloneria extra pop, che tuttavia riesce nel miracolo di non suonare eccessiva o disturbante, come il singolo (You’re Better) Than Ever, il cui azzeccatissimo video raffigura la Nostra che gira allegramente in skateboard in un mondo a fumetti dove è lei la protagonista indiscussa. Paying Off the Happiness continua sulla medesima scia catchy e lievissima, briosa e impercettibilmente dissonante, mentre colpiscono le suggestioni rumoristiche di Shape of My Hands, una specie di inno degli squattrinati che racconta con divertito compiacimento certe pericolose tendenze alla dilapidazione finanziaria. A fare da contrappeso a cotanta scanzonata allegria, la title-track, che sembra presa in prestito da una Lana Del Rey un po’ meno fatale del consueto, For Cheez (My Friend Not The Food), una dedica sentita e amorevole, Patience, con le sue note solo accennate e le strofe morbidamente bisbigliate, e Cuff, in una doppia versione, che cede alla fascinazione di drum machine ubriache, dilatazioni melodiche e forse vette deliberate di contenuto.
Nell’economia complessiva del disco, se si considerano anche brani come The Rules, Boi o la chiusura affidata alla solennità di Declutter, sembra prevalere la tendenza a un cantautorato intimo e confidenziale. È proprio l’ultima traccia, quel mettere ordine, quel fare spazio di cui si parla, a scoprire le carte e a regalare la sorpresa, in un album che forse si rivela meno fatuo di quanto si potesse pensare, ma che nonostante tutto si conserva adorabilmente leggero e piacevole.
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