Recensioni

Quando lo scorso anno ci ha lasciati l’icona “northern white crap” Mark E. Smith, i The Fall sembravano ampiamente avviati verso un tristissimo quanto inesorabile viale del tramonto. Senza nulla togliere a quella che sarebbe comunque rimasta un’esperienza artistica leggendaria, costellata peraltro di ottimi episodi anche nella sua fase finale, la lunghissima carriera della formazione di Manchester (o forse dovremmo dire delle formazioni, visto il turnover sfrenato di musicisti nell’arco di un quarantennio) aveva già subito svariati contraccolpi: le oltre cento pubblicazioni (tra EP, studio album, live e raccolte, dal 1978 al 2017), talmente tante che a un certo punto confessavamo candidamente di averne perso il conto e forse anche di non coglierne più pienamente il senso, avevano scandito, soprattutto a partire dai Novanta, un percorso composito e declinante.
Un’epopea lunghissima di attaccamento alla musica e al palco che, soprattutto nella sua ultima fase, aveva assunto un’aura di malinconia potente, con Smith che, negli ultimi concerti, piegato dalla malattia, sfidava il pubblico da una sedia a rotelle. Non basterebbe dunque una recensione a sintetizzare il poderoso antefatto degli Imperial Wax, vale a dire il bassista Dave Spurr, il chitarrista Pete Greenway e il batterista Keiron Melling, che per questo esordio assoldano alla voce e alla seconda chitarra Sam Curran. Gli va riconosciuto che, in tempi di cinica capitalizzazione della nostalgia, i Nostri hanno invece ripetutamente rifiutato le numerose e immaginiamo redditizie offerte di esibirsi come The Fall, con vocalist “prestati” di volta in volta, preferendo piuttosto dare voce a un progetto completamente nuovo, che pur debitore inevitabile verso cotanto background, si cimenta nel tentativo affatto scontato di uscire dall’autocitazionismo. Non dev’essere stato facile dismettere il nome di una band iconica e abbracciare un progetto del tutto nuovo e affatto altisonante, accettando il rischio della marginalità. Ed infatti quello che si percepisce distintamente dall’ascolto di questo disco è la tensione verso una qualche forma di autenticità: una prova genuina di entusiasmo, oltre che di mestiere.
Dodici brani densi dalla spiccata attitudine punk (a volte un po’ paracula, come in Turnocat o Saying Nothing, ma tant’è), con qualche venatura noise (Wax On) e un tocco di garage blues che più che ai The Fall fa pensare ai Gun Club (Plant the Seed). Vaghe reminiscenze post-punk (particolarmente evidenti nel singolo No Man’s Land) aiutano a creare un amalgama credibile: una coerenza stilistica di fondo che non solo rende il disco coeso, ma aiuta a mantenere fede alle radici, senza rinunciare all’audacia di un esperimento identitario. Riuscito, per giunta.
Amazon
